Tristram Potter Coffin. (a cura di).

MITI E LEGGENDE 15: Gesta Eroiche.


Titolo originale: The Enchanted World 15: Seekers and Saviours. 1985.
Traduzione e adattamento di: Alberto Capietti.
1998 Hobby & Work Italiana Editrice, Bresso (MI).
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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In questa ricca collana viene presentata una lunga serie di miti e delle leggende pi o meno note e diffuse per la gioia di grandi e piccini.
In questo volume: Il Gatto con gli stivali, Al Bab e i Quaranta Ladroni, la saga di Gawain e molte altre storie vengono riproposte in questo volume, con una nuova chiave di lettura.
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Il Curatore.
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Tristram Potter Coffin, Consulente capo della collana,  docente di inglese presso l'Universit della Pennsylvania ed esperto in letteratura popolare.
 autore di numerosi libri e di pi di 100 articoli.
Tra le sue opere pi note ricordiamo: The British Traditional Ballad in North America, The Old Ball Game, The Book of Christmas Folklore e The Female Hero.
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Indice.
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Capitolo Uno.
Magie e Incantesimi.
Un'Eterna Protezione.
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Capitolo Due.
Storie d'Amore e di Lealt.
La Schiava che Riconosceva i Malvagi.
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Capitolo Tre.
Braccia possenti e Cuori Saldi.
La Cerca di Bel Inconnu.
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Fine Indice.
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Seekers and Saviours




Capitolo Uno.
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MAGIE E SORTILEGI.
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In Francia, nei secoli passati, spesso la carestia ha regnato sovrana. Precipitata nella miseria, la nobilt contadina ha dovuto pi volte subire i rigori di una misera vita. A volte, per, giungevano misteriose creature che riuscivano a sollevare qualche fortunato individuo dall'umana miseria in cui si trovava. Ultimi rappresentanti di un mondo, dove la magia dominava, queste misteriose creature vivevano accanto agli uomini, e quando lo desideravano utilizzavano una piccola parte del loro potere per aiutare i nostri antenati.
In quegli oscuri secoli, la vita nella regione della Francia conosciuta come Arvernia era a dir poco impossibile. Arroccati sulle cime delle montagne, i castelli dei nobili sembravano trafiggere il cielo con le loro svettanti torri, mentre la nebbia spesso ricopriva con il suo grigio manto le valli, isolando ogni fattoria e ogni villaggio. In questa situazione, un uomo avrebbe potuto morire e nessuno nella valle lo avrebbe mai scoperto, tranne coloro che abitavano con lui.
Un triste giorno pass a miglior vita un povero mugnaio, che lasci in eredit ai suoi tre figli solamente il mulino, un mulo e un gatto con il manto bianco e bruno. Il mulino era vecchio e ormai inutilizzabile: il raccolto, quell'anno, era stato cos misero che i contadini avevano fatto il pane senza far macinare la farina, ma tritando da soli i chicchi. Il mulo, in assenza di cibo, si era ammalato ed era morto. Allora i due figli pi anziani del defunto mugnaio decisero di intraprendere la strada che seguivano i pi miseri: lasciarono il mulino per viaggiare senza meta, sottraendo il cibo quando era possibile e mendicando quando non erano abbastanza abili per rubare. Dormivano sotto le stelle e la pioggia oppure, quando erano fortunati, riuscivano a trovare le rovine di una vecchia capanna e l passavano la notte al coperto.
Il figlio minore, invece, decise di seguire le orme del defunto padre. Osserv i suoi fratelli allontanarsi lungo la strada polverosa che portava nel cuore delle montagne, poi si volse e torn dentro al mulino, guardando silenzioso il silenzioso ruscello, le silenziose pale e la silenziosa pietra. Persino il gatto era silenzioso: era seduto immobile e osservava con attenzione il cortile.

D'un tratto, si volt a fissarlo: la gente che odiava i gatti sosteneva che erano creature malvagie al servizio del demonio, e non perdeva occasione per sacrificare queste povere bestie. Pi di una volta, in occasione di festosi scongiuri pubblici, la gente seguiva i sacerdoti portando gatti che venivano molestati e torturati perch miagolassero con tutte le loro forze. Durante molte feste, fra le quali primeggiava quella del solstizio d'estate, i gatti venivano buttati vivi sui roghi, oppure, dopo aver dato fuoco alla loro pelliccia, venivano inseguiti per le strade.
Che altro utilizzo poteva esserci ora per questo povero gatto, dal momento che nel mulino l'ultimo topo era da tempo morto di fame?
Come se avesse compreso cosa pensava il giovane, il grosso gatto si alz per fronteggiarlo, fermandosi appena fuori dalla portata delle sue mani. Poi, con grande stupore del ragazzo, la bestia inizi a parlare con una voce dolce e al tempo stesso possente.
"Padroneesord. "Dammi il mantello e gli stivali, e io ti servir come se fossi un vero uomo. Con il mio aiuto potrai raggiungere il successo, e io con te!".
Il figlio del mugnaio fu cos colpito da questo improvviso prodigio che non riusc a rispondere. Il gatto, dal canto suo, si sedette nuovamente.
Quando si fu riavuto dalla profonda emozione, il giovane gli chiese: "Sei forse il demonio?". La risposta del gatto fu un lungo sguardo annoiato. "Chi darebbe mai lavoro a un gatto domestico? Che lavoro potrebbe fare una bestia cos piccola?".
"Caro il mio padronerispose il gatto
"tu non immagini quanto possa cambiare l'aspetto se utilizzi un abbigliamento ben curato. Lascia che ti ricordi che gli appartenenti alla mia razza lavorano prima di tutto con la testa".
Sorpreso da quanto aveva appena sentito, il giovane decise di accontentare l'animale. Entr nell'abitazione e ne usc con gli stivali, un mantello e un cappello con una grossa piuma che il defunto padre aveva conservato sin da quando era giovane.
Lasci tutto davanti al gatto, che in un istante si vest e si alz in piedi come un vero essere umano. Cos addobbato, sembrava in effetti un piccolo uomo ricoperto di peli. Il figlio del mugnaio ammicc sorpreso, ma un istante dopo l'animale riprese la sua abituale postura, tornando a essere un grosso gatto con addosso abiti umani. Tutto sommato, era una situazione comica.
"Puoi davvero cambiare il tuo aspetto?chiese il giovane.
"Certamente. Noi abbiamo molte vite, non lo sapevi?rispose il gatto. Poi si guard attorno e chiese: "A chi appartengono queste terre?".
Il giovane si limit a indicare un castello abbarbicato su una lontana montagna. Il gatto non profer altro, con un balzo felino scomparve nella foresta.
Era ormai sera avanzata e il giovane aveva acceso un piccolo fuoco per riscaldarsi, quando due fiammeggianti occhi gialli apparvero alla finestra del mulino. Il gatto spicc un balzo e atterr sul pavimento. Pose una sacca da cacciatore presso il figlio del mugnaio, con una buffa mossa si liber dei vestiti e si accoccol di fronte al fuoco per riscaldarsi, mentre con la lingua iniziava a lavarsi.
 La sacca conteneva una colombella e una lepre: una vera festa per un ragazzo che normalmente poteva permettersi di mangiare carne non pi di tre volte all'anno. Dentro alla sacca c'era anche una fiasca di vino. Con le mani che tremavano per la fame, il figlio del mugnaio prepar velocemente la cacciagione. Quando questa si trov a cuocere allegramente sul fuoco e il suo profumo inizi a pervadere l'intero locale, il giovane si concesse finalmente un sorso di vino. Poi si rivolse al sonnecchiante gatto. " tutto frutto della tua caccia?".
"Poteva andare megliorispose questi, senza aprire gli occhi "ma sfortunatamente non avevo una bisaccia abbastanza grande. Comunque ho cacciato anche una dozzina di fagiani e li ho portati al tuo signore. Gli ho detto che erano un dono del marchese di Carabas. Il vino mi  stato dato per ricambiare il dono".
"Ma chi  questo marchese di Carabas?".
"Ovviamente sei tu, padrone. Mi sono preso la libert di farti diventare un nobile, ho approfittato del fatto che nessuno conosce ci che si trova al di fuori di questa minuscola valle".
Il giovane impieg un po' di tempo per riprendersi, poi la curiosit ebbe il sopravvento. "Raccontami su, presto, del palazzo del mio signore".
"Era come mi aspettavo: pietre umide, il vento che soffia dalle finestre, i maiali che grufolano sul pavimento sporco della sala e un mucchio di concime vicino all'ingresso. Il tuo signore, in effetti, era molto curioso di saperne di pi sul conto del mio padrone, il nobile marchese. Inoltre, ha una figliola veramente deliziosa".
Il figlio del mugnaio sgranocchi un'ala arrostita della colombella mentre pensava all'accaduto. "Gatto, tu mi proponi di sposare la figlia del signore e portarla in questo mulino? Non credo che sarebbe una magnifica residenza".
"Certo, ti propongo di sposare la figlia del signore. Tu sei il mio padrone, poich mi hai ereditato da tuo padre, ma francamente preferirei vivere in una comoda casa, coccolato da una bella signora. Non qui, e nemmeno nella fortezza spartana del signore. Ricordaconcluse il gatto "che ci sono altre valli oltre a quella misera in cui viviamo", poi sprofond nel sonno davanti al fuoco.
I giorni che seguirono trascorsero in una
maniera molto simile al primo: il gatto cacciava durante il giorno, portando le prede al suo padrone. Durante la sera, il cibo veniva consumato, mentre il felino continuava a decantare la bellezza della figlia del signore e l'interesse di questo a maritarla al pi presto. Dopo qualche settimana, annunci di aver trovato una casa degna del marchese di Carabas.
" giunto il tempo di mettersi in azione"si limit a dire allo stupefatto giovane.
Ogni tanto, il felino scompariva nel sottobosco per inseguire rumori e odori che il suo padrone neppure avvertiva.
Giunto in un luogo dove gli alberi erano meno folti e un torrente di montagna attraversava la strada che conduceva al castello, il comportamento del gatto cambi improvvisamente. Indoss gli stivali e il mantello e si mise in piedi come se fosse un giovane uomo. Poi si volt verso il padrone.
"Spogliatigli ordin "e tuffati nel torrente".
Il giovane si liber degli abiti e si tuff nella fredda corrente, poi gli artigli spinsero la sua testa sotto l'acqua. Lott strenuamente, ma i polmoni soffocarono e tutto attorno a lui divenne nero.
Improvvisamente la pressione sulla sua testa scomparve e il giovane torn a respirare l'aria. Si agit, annaspando, e forti nani lo afferrarono e lo tirarono a riva. Il suo Il soccorritore era un muscoloso individuo di mezza et, vestito con un logoro abito di velluto.
"Mio signoreinizi il figlio del mugnaio, cercando di coprire le nudit e tremando, ma venne subito azzittito dal gatto che, in abiti umani, stava davanti al signore e si agitava simulando un'incredibile disperazione.
"I briganti, signore. I briganti hanno aggredito il mio padrone, il marchese di Carabas. Gli hanno rubato gli abiti e l'oro, poi lo hanno gettato in acqua. Aiutatelo, vi prego, prima che muoia di freddo".
Il signore copr il giovane con il suo mantello e lo condusse sulla strada, dove lo attendeva la sua carrozza. Era un vecchio veicolo, in pessimo stato, di un modello ormai sorpassato, trainato da una pariglia di ronzini che da tempo sarebbero dovuti andare al macello. Per il figlio del mugnaio, che non era mai stato a bordo di una carrozza, sembr per, magnifica. La ragazza che sedeva all'interno, aiutandolo premurosamente, era bella come un'azzurra mattina di maggio, anche se era vestita con un abito consunto di colore grigio e le scarpe che ornavano i suoi meravigliosi piedini erano state pi volte vistosamente rattoppate.
Intanto il gatto si agitava continuamente, descrivendo la strada per giungere alla dimora del marchese, senza mai interrompersi. Percorsero cos molti chilometri, e infine lasciarono la foresta e si trovarono alla luce del sole.
Davanti a loro si present un paesaggio ben differente: vasti campi di grano dorato, ricche coltivazioni e qua e l meravigliosi frutteti. Le basse colline, infine, erano ricoperte da piante di vite.
"Una terra felice e prosperosadisse il signore, e sua figlia annu sorridendo.
"Appartiene al mio padrone, il marchese di Carabasafferm con noncuranza il gatto. Il giovane gett uno sguardo ai suoi compagni di viaggio, ma nessuno si era accorto di nulla. Poi cap che questi vedevano il suo gatto solamente come un normale essere umano e non come una creatura capace di cambiare il suo aspetto.
Lungo la strada che stavano percorrendo, ben presto apparve un viale costeggiato da enormi querce, che conduceva a una magnifica casa. Non appena la carrozza giunse nella corte, numerosi servi uscirono dalle sue porte per salutare i viaggiatori. Il gatto inizi a impartire ordini, poi condusse il figlio del mugnaio nella casa. Percorsero alcuni corridoi, e giunsero in una magnifica camera, dove il felino inizi a vestire il suo padrone con sontuosi abiti.
"Dove ci troviamo?domand il giovane non appena furono soli.
"Nella dimora di uno stregone. Non temere, ora  la nostra casareplic il gatto, drappeggiando un nuovo abito sul suo signore.
"E dove si trova il mago?".
" passato a miglior vita, grazie a un mio piccolo trucco. Gli ho chiesto se sapeva tramutarsi in qualcosa di piccolissimo. Ha assunto le sembianze di un topo e io l'ho mangiato. I suoi servi avevano bisogno di un nuovo padrone... ed ecco fatto".
Il giovane non seppe mai tutta la verit. Pass il resto della sua vita in quella meravigliosa dimora, dopo aver sposato la figlia del signore. Il suo servitore con gli stivali, scomparve poco dopo il suo matrimonio. Per suo ordine, per, venne riservata ogni cura al gatto bianco e marrone che spesso dormiva sui davanzali delle finestre assolate, si sdraiava sui divani e, ogni tanto, infastidiva il pollame.
La storia del gatto con gli stivali ci racconta che queste antiche forme di magia si manifestavano in una miriade di diversi modi, per esempio sottoforma di animali intelligenti come il gatto del mugnaio, oppure come "coseche assomigliavano a uomini ma non erano umane, oppure come invisibili poteri in grado di cambiare l'aspetto degli oggetti o di aprire le porte che separano il nostro mondo dall'aldil.
Le storie pi antiche narrano che i primi esseri umani in grado di evocare e utilizzare la magia furono le donne. Un'aura di intangibile potere le ha sempre circondate, sia che fossero regine oppure povere mendicanti. Le pi antiche civilt adoravano la Madre Terra che aveva creato tutti coloro che vivevano. La terra  stata adorata con migliaia di nomi e di volti: era Innanna fra i Sumeri, Ishtar a Babilonia, Iside in Egitto, Cibele a Roma, Demetra in Grecia, Gertha in Scandinavia. Come Iside era solita cantare: "Sono la madre naturale di tutte le cose, signora degli elementi, sovrana dei poteri divini, regina di coloro che abitano negli inferi, prima fra coloro che abitano in paradiso. Sono unica, e mi manifesto nelle sembianze di tutti gli dei e di tutte le dee".
Nei secoli successivi, quando Iside e la sua gente erano ormai scomparsi dalla memoria umana, sostituiti da nuovi dei, una porzione del potere della dea madre rimase alle donne.
Alcuni sostengono che sia proprio per questo motivo che le religioni moderne hanno agito di fatto contro le donne. I fedeli maschi ebraici, per esempio, ringraziano nelle loro preghiere di non essere donne. Presso i cristiani, poi, le cose non sono andate meglio. Gli antichi padri della Chiesa discussero a lungo se le donne avessero o meno l'anima ed era opinione diffusa che fossero creature del demonio. Per poter raggiungere la purezza, era quindi necessario non frequentarle. La gente comune, in effetti, ricorda ancora echi ormai perduti di queste storie. Si ritiene infatti che le donne abbiano una particolare predisposizione per la magia.
Le pi fiere e feroci madri utilizzarono talora la magia. Gli islandesi, per esempio, narrano la storia di una vedova chiamata Katla, signora di una prospera fattoria a Mavahild, sulla costa occidentale dell'isola, e madre del giovane Odd, da lei amato al punto da proteggerlo con la magia.
La donna cre per il figlio un mantello che lo difendeva dall'acciaio, cosicch non venisse ferito nei frequenti scontri che avvenivano in quella bellicosa epoca. In un'occasione, Katla arriv persino a rischiare la propria vita pur di proteggere il figlio con il sjonhverfting, l'invisibilit. Ecco come accadde.
Odd era un giovane malvagio e violento, e si era guadagnato l'inimicizia di Geirrid, la padrona di una fattoria a Holt che confinava con quella di Katla. Il giovane aveva accusato la donna di aver praticato la magia, in particolare di aver stregato uno dei vicini e di averlo utilizzato come stallone durante le sue pratiche magiche notturne.
Geirrid venne assolta dal tribunale, e non ebbe per questo altre noie se non una cattiva reputazione. Poi, per, Odd utilizz la sua lingua velenosa contro Thorarin, il figlio di Geirrid, umiliandolo per qualcosa che era accaduto durante uno scontro fra il giovane e i suoi vicini. La battaglia era stata interrotta dalle mogli dei contendenti, che avevano buttato i loro mantelli sulle spade. L'azione aveva interrotto il combattimento, ma durante il parapiglia una mano della moglie di Thorarin era stata amputata. Odd, che era presente, affermava che il colpo era stato vibrato da Thorarin che, a causa dei bizzarri e crudeli costumi dell'epoca, era divenuto oggetto di beffe e risate. Sua madre Geirrid, per, non aveva riso: aveva aspettato che le acque si calmassero, poi aveva spedito il figlio e i suoi amici a vendicarsi di Odd.
Dodici giovani guerrieri dai capelli rossi, dai volti arrossati e con le spade sguainate, attraversarono i campi innevati della fattoria di Katla. Sfondarono la porta della stalla e raggiunsero la casa, entrando come un lampo nella camera di Katla. Con loro entr anche una folata di aria ghiacciata. I dodici, per, si trovarono di fronte solamente le donne.
Sulla panca sedeva la signora, con il volto parzialmente in ombra, e filava la lana su un primitivo arcolaio. In un angolo, due donne lavoravano e parlavano sottovoce fra loro. Nella casa non c'era nessun altro.
"Siamo venuti per tuo figlio Oddesclam Thorarin infuriato.
"Abbassa la tua voce e allontana le spade da questa casaribatt prontamente Katla. "Odd  a caccia e qui, come puoi osservare, ci sono solamente donne".
"Cercate dappertuttoordin il giovane agli amici, mentre Katla continuava a filare imperterrita.
La ricerca fu vana e nessuno riusc a trovare Odd. Furiosi, i guerrieri si allontanarono sbattendo la porta. Tornarono prima che fosse passata un'ora, disturbando nuovamente il lavoro di Katla. Ora aveva finito di filare e si era portata vicino all'ingresso, dove aveva iniziato a strigliare un caprone. Sulla panca si trovava ancora il fuso con la lana filata.
"Hai ingannato la nostra vistacomment uno degli uomini. "Odd  nascosto dentro il fuso". Cos dicendo, attravers la sala e tagli in due il fuso con un colpo di spada.
Se Odd fosse stato effettivamente trasformato in un fuso, avrebbe recuperato il suo vero aspetto non appena il colpo veniva vibrato, ma non accadde niente. Katla guard da sopra la schiena del caprone e comment sarcastica: "Uomini valorosi, siete riusciti persino a distruggere il terribile fuso di una donna". Nuovamente delusi, se ne andarono.
Tornarono ancora una volta, sempre pi convinti di essere vittima di una tipica magia femminile. Questa volta non videro nessuno, eccettuata Katla che sedeva davanti al fuoco. Nella corte, su un mucchio di cenere, era disteso un verro. Nuovamente si allontanarono. La loro furia era ormai sbollita, e Thorarin decise di tornare a casa per chiedere alla madre cosa fosse realmente accaduto.
Stringendo gli occhi, Qeirrid trasse dal grembo un sacco di pelle di foca, indoss velocemente un mantello azzurro e condusse il figlio e gli amici alla casa dei loro nemici.
Katla era seduta sulla panca, pallida come la morte, e ignor gli uomini che le si muovevano attorno. Si limit a fissare Qeirrid e a esclamare queste poche parole: "So che non posso tessere incantesimi quando vedo il tuo mantello azzurro. Risparmia mio figlio, sei anche tu una madre".
Qeirrid, con un gesto fulmineo, gett per il sacco sopra la testa dell'altra donna, per evitare che pronunciasse altri incantesimi. In questo modo, il potere magico di Katla fu annullato.
"Sei tu che pratichi la stregoneriaesclam Qeirrid. La testa chiusa nel sacco si chin per annuire.
" stato Odd a recidere la mano della sposa di Thorarin". La testa annu ancora una volta.
"Il fuso era Odd. Il caprone era Odd. Anche il verro era Odd, e tu sei stata l'artefice di tutto quanto". Katla annu per la terza volta.
I dodici uomini immobilizzarono Katla e prelevarono Odd nella cas-sapanca in cui si era nascosto. La donna, davanti al potere della sua avversaria, non era stata in grado di fargli cambiare ancora forma per nasconderlo ai nemici. Poich erano al corrente dell'incantesimo che proteggeva Odd dall'acciaio, i dodici decisero allora di impiccarlo. Condussero la madre nella stalla, perch fosse testimone della morte del figlio. Poi, quando il corpo penzol dalla corda, privo di vita, presero delle pietre e circondarono Katla: la morte per lapidazione era infatti riservata alle streghe. La donna url che non le importava di morire, ora che suo figlio non viveva pi. Qeirrid scagli la prima pietra, la colp in piena testa e la fece tacere per sempre.
 sicuramente una storia triste, tipica di un periodo in cui la crudelt era cosa di tutti i giorni. Anche nei secoli che seguirono, quando la vita divenne meno dura, continuarono a nascere storie di donne fiere e coraggiose come Katla.
I danesi, per esempio, sostenevano che una donna poteva persino tornare dalla morte per difendere i suoi figli, e le storie di madri spettrali sono frequenti in questa popolazione.


Gli spiriti dei pozzi Spesso, gli spiriti che sopravvivono dai tempi antichissimi si rivelano ai mortali in sembianze assai strane. Una manifestazione di questo tipo avvenne quando la Britannia era divisa in numerosi regni, in lotta fra loro. Testimone di questo fantastico avvenimento fu la figlia del re di Colchester e l'avventura inizi con un esilio.
 Gelosa della bellezza della fanciulla, la matrigna decise di mandarla in esilio, lasciandole solo una vecchia bisaccia di lino grezzo con all'interno una fetta di pane nero, un pezzo di vecchio formaggio e una pinta di birra di bassa qualit. La principessa si allontan e viaggi per boschi e valli, finch giunse in uno strano luogo, circondato da rovi e pieno di caverne.
 All'imboccatura di una grotta si trovava un piccolo uomo, grigio come la roccia e curvo come i rami spinosi. Questi osserv la fanciulla con occhi che brillavano e le domand: "Perch viaggi da sola?".
 "Vado in cerca di fortuna!replic coraggiosamente la principessa.
 "E cosa porti nella bisaccia, o bella fanciulla?continu lo strano esserino. Per tutta risposta, la ragazza gli offr il cibo e la birra.
 Quando si fu saziato, l'omino sorrise e fece alcune precise raccomandazioni alla principessa. Questa le segu, e si apr la strada fra i rovi sino a giungere a un pozzo di pietra. La giovane si sedette li vicino e, quasi all'improvviso, ecco emergere un oggetto tondo, che si trasform subito in una testa bionda.
 "Lavami, pettinami e accarezzami dolcementecant la creatura con una voce che pareva un trillo.
 "Con vero piacereesclam la principessa e, come per incanto, emersero altre due teste. La giovane accud i tre esseri fatati e quando ebbe finito, questi iniziarono a parlare fra loro.
 "Cosa possiamo donarle?domand il primo.
 "Una bellezza che far innamorare il pi grande dei principi".
 E cos avvenne: la fanciulla prosegu il suo viaggio e, nella valle successiva, incontr un re che si prese cura di lei e la spos.
 Il vecchio uomo ricurvo e le tre teste furono visitati anche da altri esseri umani, ma aiutarono solo coloro che avevano un animo gentile. Chi li offendeva diveniva immediatamente lebbroso.



Alcune sono solamente frammenti, echi di vicende accadute molto tempo prima. Le ballate danesi, per esempio, cantano del giovane Svejdal, un nobile condannato da un incantesimo a non poter riposare sino a quando non avesse trovato e sposato la giovane donna fatata che lo aveva osservato e che si era innamorata di lui.
Disperato, poich tutto quello che si sapeva della donna era che viveva aldil del mare, il giovane si rec a piangere sulla tomba della defunta madre. Le sue lacrime la fecero risorgere dalla terra, pronta a lanciare incantesimi. Prima di tornare all'eterno riposo, lo spettro della donna don al figlio un destriero che lo avrebbe condotto senza alcun rischio attraverso le pi terribili foreste e i pi pericolosi mari. Infine, gli fece dono anche di una spada invincibile, la cui lama era stata bagnata nel sangue di un drago. Grazie a questi magici regali, Svejdal cavalc per lande e mari sconosciuti, vincendo ogni nemico che gli si parava innanzi, sino a quando riusc a riposare fra le braccia della donna amata.
Alcune storie, poi, ci danno un'immagine molto vivida degli spettri delle madri. Fra queste non  possibile ignorare la storia di Slverlad, una giovane donna cos bella che veniva chiamata anche "bianco gigliodai cantastorie. Per oltre otto anni era stata sposata con Bjrn, un famoso cavaliere. Gli aveva dato sette figli, bellissimi come lei, che aveva allevato con tenero amore. La casa brulicava di servi e paggi, ma Slverlad nutriva personalmente i suoi bambini e rimboccava loro le coperte che li proteggevano dalle fredde notti danesi.
Purtroppo Slverlad mor giovane, uccisa dalla pestilenza, e i suoi figli - uno era ancora nella culla - vennero affidati alle cure della servit, sino a quando Bjrn non si spos nuovamente. La seconda moglie, per, era ostile ai bambini, poich avrebbero avuto diritto all'eredit paterna prima di qualsiasi figlio che lei sarebbe riuscita a dargli. Si narra che, quando entr per la prima volta con Bjrn nella stanza nuziale, meravigliosa nel suo abito scarlatto, il pi giovane dei Figli di Slverlad si accoccol ai suoi piedi e la chiam "mamma". La donna, immediatamente, lo allontan con un calcio. Alcuni, per sostengono che si tratti di un particolare aggiunto in seguito alla storia. In ogni caso la donna, il cui nome era Blidelil, scacci i bambini nel solaio, costringendoli a dormire su un pagliericcio. Quando il freddo si fece pi intenso, il lamento dei piccoli attravers le finestre, pass sui campi di Bjrn e giunse sino alla tomba di Slverlad. La donna, anche se defunta, ud e rispose.
Durante una notte, poco dopo il matrimonio, la Figlia maggiore di Slverlad era rimasta sveglia a guardare i fratellini che riposavano e not un movimento vicino alla porta della soffitta. L'odore di terra fertile e quello dolciastro di un corpo in putrefazione si propagarono nella stanza. Con passi silenziosi una strana e orribile creatura entr nella soffitta: aveva i capelli corvini della defunta madre, ma la pelle del volto era scura e scavata come il cuoio, e sembrava stesa direttamente sul cranio. I suoi occhi erano neri e vuoti. Ignorando la bambina che, per il terrore, non osava muoversi, lo spettro si mosse lentamente rimboccando lo straccio che copriva ciascun figlio dormiente e accarezzando loro i capelli con amore. Mentre si muoveva, la bambina la vedeva piangere. Poi lo spettro lasci la stanza.
La fine della storia venne narrata dallo stesso Bjrn. Il cavaliere venne strappato dal sonno da un violento pugno che si abbatteva ripetutamente sulla porta della sua camera da letto. La porta si apr di schianto e comparve nel suo vano la pallida figura di Slverlad, con i capelli sporchi di terra, che punt nell'aria uno scheletrico dito.
"Custodisci i miei figli al caldo e fa che siano trattati beneammon. "Se dovr tornare ancora da te, i cani da guardia ulureranno attorno a questa casa per tutta la notte. A questo punto, Blidelil soffrir cos tanto che pregher di morire immediatamente". Poi la figura scomparve alla sua vista. Scosso da quanto aveva appena visto, Bjrn, svegli la moglie e le raccont cosa era successo. Blidelil cmprese immediatamente che lo spettro non scherzava e, per tutta la durata della sua vita, accud i figli di Slverlad come le era stato ordinato di fare, anche se in cuor suo:ontinu a non amarli.
Ibambini privati della propria madre venivano protetti anche in altri modi. Come narrano le antiche leggende, spesso venivano difesi da animali: a volte erano creature selvatiche come lupi, cervi, uccelli o serpenti; in altri casi, invece, erano pi semplicemente vitelli o agnelli, talora si pensava che l'animale fosse posseduto dallo spirito della madre defunta, altre volte che servisse lo spettro della nadre oppure che agissero seguendo un proprio disegno, come era accaduto per il gatto con gli stivali.
Con il giungere di un'epoca ben pi prosaica, divenne sempre pi difficile credere in un potere fatato che permetteva di entrare in qualsiasi momento a contatto con il mondo degli uomini. Nei tempi antichi, ogni manifestazione della natura veniva ritenuta viva e, a suo modo, intelligente. Gli alberi, per esempio, non erano semplici pezzi di legno con radici, ma veri e propri esseri viventi dotati di una coscienza e di sentimenti. Anche se, per la maggior parte del tempo, si tenevano lontani dalle vicende umane, in Inghilterra si narra di boschi di querce secolari che potevano essere animate dalla sofferenza di un uomo. Le vittime di terribili oltraggi potevano trovare rifugio in questi boschi, mentre gli enormi rami si tendevano come tentacoli e clave per strangolare e colpire chiunque cercasse di violare questo santuario della natura.
Gli uccelli sono sempre stati considerati una sorta di spie volanti che osservano quanto accade con i loro acuti occhi, cantano segrete melodie colme di saggezza e talora profetiche, e permettono ad alcuni fortunati mortali di comprendere il loro arcano linguaggio.  quindi ovvio che molti studiosi dedicassero gran parte del loro tempo per cercare di apprendere questa particolare abilit. Alcuni citavano il naturalista romano Plinio il Vecchio, che aveva scritto che, mangiando serpenti bianchi, era possibile comprendere il linguaggio dei volatili. Altri pensavano che una lingua di falco, posta sotto la propria, conferisse un analogo potere. Altri ancora ritenevano che fosse invece necessario bere il sangue di un drago.
Persino gli animali domestici conducevano una vita celata agli occhi degli esseri umani. Durante l'anno le mucche pascolavano nei prati, le capre mangiavano le pianticelle e le galline scorrazzavano nell'aia, ma la gente sosteneva che, dalla mezzanotte all'alba di natale, gli animali avessero la facolt di parlare liberamente come esseri umani. Dalle stalle, dai pollai e dai recinti delle greggi giungeva alle orecchie il sibilo del loro parlare sottovoce.
I sospetti sui nostri compagni dotati di penne e pelliccia non vengono certo fugati dalla storia del gatto che aveva passato molti anni sdraiato davanti al caminetto della fattoria, limitandosi a miagolare o a fare le fusa. Un brutto giorno, per, giunse la notizia che il gatto dei vicini era rimasto ucciso. "Allora ora sono io il nuovo Re dei Gattiesclam per la prima volta il micio; poi scapp dalla casa per prendere posto nella misteriosa comunit della quale gli esseri umani talora sospettano l'esistenza ma che non riescono mai a individuare con certezza.
La gente riesce solo raramente a osservare brevi scorci della vita segreta degli animali domestici, e non sempre riceve qualcosa di pi di un passeggero aiuto. Esiste per il caso di un animale che custod i padroni anche dopo la sua morte. Accadde in Germania, quando quella terra non era altro che un insieme confuso di piccoli regni e principati indipendenti fra loro: alcuni erano enormi, altri minuscoli; alcuni erano ricchi, altri molto poveri. Un minuscolo principato, ancor pi piccolo di una grande fattoria, era governato da una donna. Era una terra molto povera e la sovrana contrasse una malattia inguaribile prima di riuscire a ridare un poco di ricchezza al suo piccolo regno. La sorte di sua figlia, per, era stata assicurata al momento della nascita da una promessa di matrimonio contratta con un principesco cugino. Ora la giovane doveva solamente raggiungere la distante terra del principe per incontrarlo e sposarsi.
Per prima cosa, la morente regina invi messaggeri al cugino, e dopo alcuni giorni conged la figlia, dopo averle dato tutto quanto le poteva servire per il viaggio: la fanciulla cavalcava lo stallone della regina, nelle bisacce sulla sella erano custoditi i gioielli della madre e al seguito aveva la dama di compagnia della sovrana, una giovane nobile decaduta che aveva passato l'intera vita al servizio di altre nobildonne. Per proteggere la figlia, la regina le don un amuleto: un fazzoletto bianco con sopra tre gocce del suo sangue. Certi oggetti avevano infatti un grande potere in quei tempi oscuri.
Le due giovani donne partirono una mattina di agosto, mentre il sole splendeva sui campi e l'aria era cos tranquilla che si poteva udire chiaramente il frinire delle cicale nei campi e il lontano cantare degli uccelli. Presto i cavalli si stancarono, costringendole a una marcia pi lenta.
La principessa era una ragazza molto timida e taciturna. Era preoccupata per aver lasciato l'amata dimora e terrorizzata dal cugino, che mai aveva visto. La sua dama di compagnia era invece una donna dalla lingua tagliente, avvezza all'intrigo e alle pi oscure macchinazioni. Stanca e accaldata, la principessa si accoccol sulla sella e non profer parola.
Il sentiero le condusse in un fresco boschetto, dove rumoreggiava allegro un piccolo torrente. La principessa si gir sulla sella, rivolta alla dama che cavalcava dietro di lei e le domand con una voce armoniosa: "Scendi per favore da cavallo, e portami dell'acqua".
Non era una richiesta strana oppure offensiva: la dama di compagnia aveva seguito la sua regina in pi di una caccia, ma la risposta che diede fu incredibile.
"Scendi e arrangiati!".
La principessa ammutol e fu molto stupita dal comportamento della dama, ma questa ostent uno sguardo di sfida e pieg le labbra in un lieve sorriso. La giovane scese allora da cavallo, senza che nessuno la aiutasse, e rassegnata si inginocchi presso il torrente per dissetarsi.
Era cos assetata che non si accorse che il talismano era scivolato dalla sua manica ed era finito nel torrente, che ora lo trasportava lontano. L'incidente non era invece sfuggito agli occhi attenti della dama di compagnia.
Quando la principessa si volt, si trov di fronte la donna, che la afferr crudelmente per un braccio e le disse: "Ora, ragazza mia, sei nei guai fino al collo. Adesso comando io e, quando te lo ordino, dovrai portarmi l'acqua". La principessa cerc di allontanarsi ma si ferm, non appena la presa della sua damigella si fece pi stretta. Nessuna donna avrebbe potuto contrastare una simile forza.
In meno di un quarto d'ora, le due donne avevano cambiato gli abiti e i ruoli. La ex-dama di compagnia cavalcava ora sullo stallone della regina, mentre la principessa si trov a caracollare sul ronzino dell'usurpatrice. La crudele dama le si rivolse con fare beffardo. "Giura sull'onore di tua madre che non rivelerai ad anima viva quanto  successo!".
La principessa scosse il capo.
"Se non lo giuri ti uccider immediatamente!minacci la donna, con occhi fiammeggianti, e la poveretta pronunci il giuramento.
Non appena la principessa ebbe scandito l'ultima parola, l'usurpatrice spron il cavallo, che per non si mosse, rifiutandosi di ubbidirle. La donna a cavallo guard dietro di s, e la principessa, ormai senza pi speranza, si limit a dire: "Avanti, Falada. Avanti al mio comando".
"Ahim, principessaesclam l'animale. "Se tua madre sapesse ci che  accaduto, le si spezzerebbe certamente il cuore". Poi si avvi lungo il sentiero.
Il terribile viaggio dur alcuni giorni e, alla fine, le due giovani donne giunsero al castello del principe. Era un luogo veramente affascinante, costruito su una collina, circondato da svettanti torri e posto a guardia di un villaggio le cui strade, in onore della principessa, erano state ricoperte di fiori. L'inviato della regina era giunto, aveva consegnato il messaggio ed era subito ripartito. Non c'era nessuno in grado di riconoscerle.
Il re attendeva con il figlio alla porta del castello e il giovane principe aiut la presunta principessa a scendere dalla sella di Falada. Sorrise alla principessa, che si trovava ancora a cavallo del ronzino, ma la damigella lo prevenne, esclamando: "Dobbiamo trovarle un lavoro nei campi, mio signore.  stata una buona compagna di viaggio, ma non  avvezza alla vita in un palazzo". Poi entr nel castello al braccio del principe.
La principessa non li rivide per molto tempo. Subito giunsero i servitori che presero in consegna il cavallo, diedero alla principessa un pagliericcio e la fecero alloggiare in una capanna dietro le cucine del castello. Ogni giorno era costretta a portare a pascolare le oche e ad aiutare il pastorello.

Non era una brutta vita, per una che aveva perso tutto in un attimo. Le ' oche erano rumorose e vivaci, ma non davano mai seri problemi; il pastorello, invece, era un giovane insolente. Le stava sempre vicino, le tirava i vestiti, le toccava le soffici mani e si attaccava ai biondi capelli che le ricadevano sulle spalle.
La principessa era esasperata dai dispetti del pastorello e un giorno, esaurita la pazienza, grid "Soffia, o vento, prendi il cappello di questo ragazzo e portalo lontano".
Il vento, come per miracolo, soffi, portando con s il cappello del ragazzo, che dovette inseguirlo per tutto il campo. Riusc a riprenderlo solo con grande fatica dopo aver corso e saltato per parecchio tempo. Da quel momento, la principessa decise di radunare i suoi capelli in una crocchia cos stretta che nessuno poteva afferrare. La buffa scena del cappello che fuggiva, portato dal vento, si ripet per alcuni giorni, sino a quando il ragazzo impar la lezione.
Una sera, mentre stava portando le oche nel pollaio, la principessa vide la testa del cavallo della madre inchiodata a un arco della porta della citt. L'animale era stato ucciso da poco: il suo sangue stava colando sulle pietre del selciato, mentre i suoi occhi erano aperti e la fissavano.
Il pastorello era un gran pettegolo e, notando che la principessa osservava con attenzione la testa, le rivel con fare da cospiratore: " stato ucciso per ordine della nuova principessa, perch diceva che era una bestia malvagia.  una donna un po' troppo severa, non trovi?".
La principessa pianse come se fosse morto un bambino, poi si rivolse alla testa e sussurr: "Ahim, Falada".
Gli occhi del morto ammiccarono, poi la bocca si apr. "Ahim, figlia della reginadisse una voce familiare. "Se tua madre sapesse cosa ti  accaduto, le si spezzerebbe il cuore".
Il pastorello si arrest ammutolito, poi, silenziosamente, scapp verso le cucine per raccontare a tutti cosa aveva visto e udito.
La sera successiva, la principessa parl ancora con la testa del cavallo, e questa le rispose e le raccomand di stare attenta. Quando per la ragazza smise di osservare la testa, si trov davanti un uomo che si era nascosto nel vano della porta. Era il re. Questi osserv la principessa per un attimo e poi esclam: "Tu non sei certo una pastorella, ragazza mia. L'avevo capito sin dal primo giorno che ti ho visto, e ora la tua magia conferma quanto pensavo. Dimmi la verit; non mi interessano i pettegolezzi degli sguatteri che ho sentito questa mattina". La principessa scosse la testa. "Mi dispiace, maest. Sono vincolata da un voto di silenzio".
"Signorariprese il re. "Non ti posso aiutare se non conosco la verit. Coraggio: Hai forse giurato di non rivelare nulla ad anima viva?". La ragazza annu, senza proferire parola.
"Allora racconta la tua storia a qualcosa che non vive!concluse il sovrano. Poi si allontan nelle ombre.
Trascorse un altro giorno. Il ragazzo continu a infastidirla e lei gli fece portare via il cappello dal vento. Alla sera la testa del cavallo si lament, anche se la sua voce aveva un tono pi dolce. Sapeva che presto la vita l'avrebbe abbandonata. Quella notte, quando i fuochi delle cucine erano ridotti a tizzoni ardenti e le altre ragazze dormivano tranquille sui loro pagliericci, la principessa si alz e, con la voce bassissima, sussurr la sua storia al fuoco morente. Dopo che ebbe finito di narrare, un uomo emerse improvvisamente dalle ombre che si addensavano in un angolo: era il re.
Cos termin la sua condanna. Si narra che, prima di conoscere la verit, il re chiedesse alla falsa principessa come avrebbe punito un servitore che lo aveva tradito.
"Mettilo nudo in una botte irta di chiodi e falla rotolare per le strade sino a quando non muore", fu la risposta della donna e, quando il re seppe la verit, l'usurpatrice fin dentro alla botte!
La vera principessa riguadagn il suo posto e il principe la spos, assolvendo cos l'impegno che le due famiglie avevano preso quando i due giovani erano ancora nella culla.
Il cavallo Falada, esempio di fedelt anche dopo la morte, non profer pi alcuna parola: l'incantesimo che gli aveva dato la voce dur solo fino a quando pot compiere il suo dovere.

La fortuna e il pescatore Un povero pescatore della Cornovaglia trov una creatura magica dentro una sogliola che aveva pescato. Quando trasse il pesce dall'acqua, questo inizi a parlare come un essere umano: il pescatore, allora, lo ributt in mare. Come ricompensa, la sogliola gli offr ricchezza e prosperit: era una magnifica ricompensa per il pover'uomo, se non fosse stato per quella bisbetica incontentabile di sua moglie.
 Quando questa sent la storia che il marito le raccontava, osserv la povera capanna e ordin al pescatore: "Torna sulla spiaggia e chiedi al pesce una bella casa in cui vivere". Il poveretto, a malincuore, si rec sulla battigia e chiam il pesce. Quando la sogliola comparve, chiese: "O sogliola, mia moglie vorrebbe che tu le esaudissi un desiderio".
"Di cosa si tratta?".
"Vorrebbe una bella casa".
 "Sta bene, pescatore. Avrai la tua casaconcluse il pesce.
 Il pover'uomo torn e vide una bella villetta con attorno un fiorito giardino. La donna, per, risped il poveraccio sulla spiaggia con altri desideri.
 "Mia moglie vorrebbe un castelloinizi triste e sconsolato il pescatore.
"Cos siarispose la sogliola. "Vuole diventare regina e vivere in un enorme palazzo".
"Cos sia".
"Vuole un impero".
 "Cos siarispose per la terza volta il pesce, ormai spazientito.
 E cos il pesce esaudiva i desideri che la moglie del pescatore esprimeva ogni due o tre giorni.
 Un brutto giorno, in cui il vento soffiava rabbioso e stava per scatenarsi una tempesta, il pescatore torn sulla spiaggia per l'ultima volta. La sogliola lo stava aspettando nell'acqua e gli chiese: "Cosa vuole ancora?".
"Vuole diventare Dio".
 Il rombo di un tuono spezz il silenzio, mentre la pioggia inizi a cadere furiosa. Gli occhi della sogliola ardevano di un'incontenibile ira e di una profonda tristezza. "Ora ha superato ogni limite. Troppo ha voluto, e nulla avr. Anzi, perder tutto!".
 Cos il povero pescatore torn alla misera capanna, alle carestie, ai duri giorni di pesca, e alle notti da incubo con la sua frustrata e bisbetica moglie.


Un'Eterna Protezione.

Una fanciulla scozzese, nella storia qui narrata, venne protetta dallo spirito della defunta madre. La ragazza era in tenera et quando la madre mor, e suo padre si rispos in breve tempo. La nuova moglie era una vedova che doveva provvedere a due figlie, e non vedeva di buon occhio la pallida fanciulla che viveva nella dimora paterna. Quando anche il padre pass a miglior vita, la fanciulla si ritrov a essere un'estranea in casa propria e venne confinata a vivere con la servit. Lentamente, per, i vecchi servitori che la amavano e rispettavano vennero sostituiti da altri pi brutali e spocchiosi. Questi la chiamarono con disprezzo Manto di Giunco: la poveretta, infatti, non disponeva di un mantello per difendersi dal freddo, e aveva dovuto costruirsi una specie di veste intrecciando sottili piante di giunco, proprio come erano soliti fare i figli delle famiglie pi povere del regno.
Trascorsero alcuni anni: Manto di Giunco crebbe e cominci a vagare sempre pi spesso per le colline attorno al paese in compagnia di un piccolo agnello dal vello nero. La fanciulla cantava dolci ninnananne al cucciolo, gli sussurrava parole nell'orecchio e la servit era convinta che l'agnello le rispondesse.
Le dicerie su Manto di Giunco vennero all'orecchio della matrigna, che not con preoccupazione che la piccola fanciulla era ora una bellissima ragazza con i capelli color dell'oro. La gelosia scoppi in tutta la sua furia: temendo che potesse in qualche modo minacciare la posizione delle sue due figlie, la matrigna impart severi ordini alla servit e questa, per compiacere la padrona, li esegu prontamente. La povera ragazza divenne lei stessa una serva, costretta a pulire il castello che le apparteneva per diritto di nascita.
Manto di Giunco passava ora le sue giornate facendo la sguattera e pulendo persino dove gli altri servi sporcavano. Era costretta a morire di fatica e a lavorare senza sosta sotto il tallone di ferro della matrigna; nessuno osava difenderla, per non incorrere nelle ire della perfida donna. Ormai si recava nei piani dove abitavano la matrigna e le sorelle solamente per pulire e spolverare. Se le tre nobildonne notavano la sguattera che rassettava le loro stanze, fingevano di ignorarla. Vestite con i pi sontuosi abiti si dedicavano alle loro frivole attivit. Come avrebbero potuto essere interessate alla pi umile delle loro sguattere?
In realt, la matrigna sorvegliava continuamente la poveretta e non pot non notare lo splendore della magnifica chioma, o la delicatezza della sua pelle, oppure le piacenti forme che il giovane corpo andava assumendo. Conscia che la giovane non pativa la fame neppure se obbligata a nutrirsi solamente degli avanzi della cucina, ord un malvagio piano. Segu Manto di Giunco durante il suo lavoro e, al tramonto, cavalc fuori dal castello mentre la fanciulla si avviava nei prati in compagnia dell'agnellino nero, nel cui orecchio continuava a sussurrare dolci parole. La matrigna osserv con stupore la giovane che poggiava sul prato l'agnello: questo, alzatosi in piedi, bel sino quando non comparvero una fetta di pane bianco, un arrosto e una fiasca di vino.
Era giunto il momento di agire. Il giorno dopo l'agnello venne ucciso e il suo cadavere fu trovato sul tavolo del retrocucina. La matrigna osserv la fanciulla piangente che avvolgeva in un panno il povero cucciolo e lo portava sulla collina. Non era per cos vicina da udire cosa Manto di Giunco sussurrasse all'orecchio dell'agnello morto n cosa domandasse mentre lo seppelliva. Ormai la perfida donna era sicura di aver eliminato il demone che proteggeva la fanciulla dalla sua ira e, ora, aveva altri piani per la testa: l'anno era quasi alla fine e alla dimora del capo del Clan i festeggiamenti natalizi stavano per iniziare. Le sue due figlie erano ansiose di recarsi alla festa per danzare con i nobili cavalieri del Clan, molti dei quali erano in cerca di una moglie da insediare nei loro meravigliosi castelli. La matrigna vest e trucc le due figlie con mani esperte, in maniera tale che sembrassero meravigliose.
 Il suo sforzo non fu vano: nella grande sala, mentre i musici suonavano antiche melodie e i cavalieri danzavano, le due ragazze erano meravigliose. Gli occhi del figlio del sovrano erano puntati sulle due figlie, e la madre sorrise orgogliosa.
Il suo sorriso era per destinato a durare poco, poich una giovane donna fece il suo ingresso nella sala: era una magnifica fanciulla, la cui bellezza era tale da oscurare persino la luce del sole. Era vestita in bianco e oro e i suoi capelli sembravano risplendere come metallo fuso. Cadde il silenzio e i danzatori sembrarono svanire nell'ombra. Solo il principe si mosse; la guard e seppe che era la sua promessa sposa. La fanciulla si inginocchi davanti a lui. Il principe la fece sollevare e diede nuovamente inizio alle danze. Avvinti entrambi in un fascio di magica luce, iniziarono a danzare e, come per miracolo, tutti i presenti seguirono il loro esempio.Ora dopo ora tutti danzarono mentre lo sfarzo degli abiti e i meravigliosi gioielli abbagliavano gli astanti nel mezzo delle danze, c'erano sempre il principe e la meravigliosa fanciulla.
Nessun'altra donna venne degnata neppure di uno sguardo dal giovane figlio del sovrano, che non si staccc neppure un istantedalla misteriosa dama. Poi tutto sembr precipitare. Una guardia apr la porta e grid l'ora. Contemporaneamente le campane iniziarono a battere i dodici rintocchi. Era giunta la mezzanotte... e l'incantesimo inizi a dissolversi. La fanciulla con un grido lasci la mano del principe e si apr un varco tra la folla dei danzatori che sbigottiti, non riuscirono a fermarla. Si lanci gi a capofitto per le scale e l'ultima cosa che vide il principe, furono i suoi abiti bianchi e oro, che sembravano svanire nel bianco candido della neve.
Il giovane principe si lanci all'inseguimento, ma non riusc a trovare nulla e torn solo. Nella mano destra, per stringeva una scarpetta dorata che sembrava fatta di purissima seta.
"Signoreesclam un cavaliere "Dimentica quanto  successo. Era sicuramente una fata, evocata nel suo castello dalla magia del Natale."
"Caro cavalierereplic turbato il principe "questa  una scarpa reale, non un'illusione, ed  stata creata per una donna vera. Grazie a questa scarpettaprosegu "potr finalmente ritrovarla". La matrigna sent le sue parole e inizi a tessere nuovi intrighi.
Il tempo passava, e si udivano solamente strane dicerie. Il principe era andato a nord oppure a sud. Stava visitando ogni castello e ogni maniero della sua terra. A ogni fanciulla, nobile o plebea, dava da provare una scarpetta d'oro, ma nessuna riusciva a calzarla.
Giunse la primavera, e il principe giunse al maniero dove viveva Manto di Giunco. La sguattera, per era occupata in cucina e non venne notata. Nella sala grande, la matrigna attese, con a fianco le due figlie. Erano preoccupate e timorose, ma lo sguardo minaccioso della madre imped loro di aprire la bocca o di manifestare a chiunque le loro paure.

Mentre il principe osservava in silenzio, un paggio cerc di far calzare una scarpetta dorata al piede della figlia minore, racchiuso in una sottile calza bianca che, in punta e sul tallone, era macchiata di rosso. La scarpa calz. La ragazza aveva il volto pallido, ma la madre, con un gesto rapido, si interpose fra la figlia e il principe, mosse velocemente gli abiti, come per nascondere qualcosa, poi ordin alla figlia di alzarsi e disse al principe: "Ecco la tua sposa".
Il nobile non era molto convinto, ma prese la giovane donna e usc dalla sala. La fece salire in sella a un palafreno (un cavallo per signore ed ecclesiastici, con la sella strutturata in modo da cavalcare con entrambe le gambe dallo stesso lato). La giovane donna sussult, ma gli ardenti occhi della madre le impedirono di parlare.
Sulle teste dei cavalieri, un piccolo uccellino inizi a volteggiare, cantando una strana canzone. Tutti si fermarono ammutoliti: l'uccellino stava cantando con una voce umana!
"Principe, attento! La casa  quella giusta, ma la ragazza non  lei. Scendi e controlla ancora la scarpetta".
Il principe scese velocemente di sella ed esamin la scarpetta: era piena di sangue.
"Quella perfida donna  giunta persino a mutilare la figlia pur di ingannarmiesclam indignato. Esamin il piede e vide che le dita e parte del tallone della ragazza erano stati tagliati via.
"Cerca una fanciulla che veste un abito di giuncocant ancora l'uccellino, che si appollai su un ramo e fiss con occhi allegri il nobile. Il principe, infuriato, rientr nel maniero.
"Portami la ragazza giustadisse con voce gelida come il ghiaccio alla matrigna. "E occupati delle ferite di tua figlia". Senza dire una sola parola, la donna si allontan con la figlia.
Poco dopo giunse una giovane fanciulla: era esile, e vestiva una casacca di steli di giunco. Si inginocchi davanti al principe, che osserv l'uccellino sul ramo e vide che cantava felice.
"Fanciullainizi il principe. "Sei una sguattera di questa casa?"
"In realt sono la legittima erede di questa casareplic con un sussurro la ragazza. "Lo spirito della mia defunta madre mi ha parlato con la voce di un agnello nero, che ora  sepolto sulla collina, e con il canto di quel simpatico uccellino che ora salta gioioso fra i rami".
Il principe le offr la scarpetta insanguinata, che calz perfettamente e senza alcuna fatica. Sorrise nuovamente, e l'uccellino inizi nuovamente a cantare, seguito dai suoi simili che, come per miracolo, comparvero su ogni ramo dell'albero.
Vi fu un lampo di luce, poi la fanciulla si rivel nella sua incredibile bellezza, vestita con abiti principeschi.
"Mi hai trovato, mio signore, e mi hai liberato". Gli porse quindi la mano.
Cos, grazie al premuroso spirito della defunta madre, la giovane sguattera divenne finalmente la sposa del principe. Nessuno sa cosa avvenne alla matrigna e alle sorellastre.


Capitolo Due
Storie d'Amore e di Lealt

I figli di molte nobili famiglie venivano una volta tenuti isolati dal resto del mondo. Sin dalla nascita erano abituati a vivere isolati in meravigliosi palazzi, lontano dai parenti e serviti da numerosi domestici. Si riteneva che questa sorta di aurea prigionia potesse far crescere nei bambini un profondo attaccamento, che li mantenesse uniti e devoti l'uno all'altro anche nei momenti pi difficili. Questa leggenda narra appunto di un gruppo di bambini molto legati fra loro.
C'era una volta un fastoso palazzo sulla costa occidentale della Svezia; al suo interno vivevano sette fratelli, sei maschi e una ragazza, figli di un conte la cui sposa era morta tempo addietro.
Il padre aveva ordinato che i fanciulli fossero custoditi nel suo lontano castello e che fossero educati per divenire un giorno nobili signori. A parte questo, il conte si disinteressava della loro sorte e non andava quasi mai a visitarli. Viveva in un palazzo a molte miglia di distanza dai fanciulli ed era occupato in faccende politiche.
I ragazzi conducevano un'esistenza felice, accuditi da ogni sorta di servitori e dediti, quando era possibile, alla caccia. Anche la fanciulla cacciava con i fratelli e aveva un piccolo arco e un pony. I suoi fratelli amavano portarla con loro, poich erano tutti legati da un profondo affetto. Quando erano tutti assieme, il palazzo risuonava dei loro gioiosi canti e delle voci che parlavano fra loro in una lingua che i ragazzi avevano creato per non essere ascoltati dagli altri.
A parte alcuni messaggeri del padre, ricevevano ben poche visite. Per questo motivo furono incuriositi, un pomeriggio di primavera, dall'arrivo nel giardino di una sconosciuta: era una donna vestita di blu che cavalcava un cavallo grigio.
Questa si ferm davanti al palazzo e attese che il maggiordomo l'aiutasse a scendere dal destriero. Poi si rivolse ai bambini ed esclam: "Bene, ragazzi, sono la nuova moglie di vostro padre e sono venuta a vedere come state".
Ci detto, entr nella grande sala e i ragazzi la seguirono. Sal le scale e raggiunse un locale in cima alla torre pi alta. Accompagnata dai ragazzi, si ferm e osserv dalla finestra il magnifico parco in fiore che si trovava di sotto. Poi fiss il cielo e chiam i sette fanciulli, che si avvicinarono ignari. Tocc la testa di ogni maschio, poi sussurr una parola magica, e i ragazzi si assieparono davanti alla grande finestra. Ciascuno salt nel vuoto e scomparve, trasformandosi all'istante in un bellissimo cigno bianco.

I sei meravigliosi uccelli volarono attorno al parco, poi la donna pronunci altre parole in una lingua sconosciuta e i cigni si diressero verso nord.
La contessa si rivolse alla sconvolta ragazza.
"Come ti chiami?". "Sigurny".
"Bene, Sigurny. Ti ordino di ritirarti nella foresta. I tuoi fratelli, come vedi, non ti possono pi aiutare". Cos detto, super con passo lento la fanciulla e scese per le scale. Raggiunse il cortile, sal a cavallo e scomparve. Questa fu l'ultima volta che la ragazza vide la matrigna o sent parlare di suo padre.

Dopo qualche istante, Sigurny scese le scale e inizi a girare per la casa. Non c'era anima viva. Girovag per le silenziose e assolate stanze chiamando a gran voce la servit, ma nessuno rispose. Nelle cucine i fuochi erano spenti enellestallenonc'eranocavalli.
Sembrava che il malefico incantesimo avesse cancellato ogni forma di vita dal palazzo.
La fanciulla indoss un mantello e fece ci che le aveva detto la matrigna. Attravers il silenzioso parco sino a raggiungere la foresta di abeti. Gli alberi le si chiusero attorno, e la fanciulla cammin fino a quando non iniziarono a calare le tenebre.
Al tramonto raggiunse una radura dove sorgeva una casa di legno, probabilmente il rifugio di un cacciatore. Fortunatamente, la porta non era sbarrata: Sigurny chiese permesso e, non sentendo risposta, entr.
L'arredamento era modesto ma ben tenuto. Da una serie di attaccapanni pendevano gli abiti tipici dei contadini, fatti con pezze rettangolari di lino ricamato; lungo i muri erano posti cassapanche e letti, in legno intarsiato; ciascun letto aveva le sue lenzuola pulite e un cuscino di piume. Il pavimento era disseminato di aghi di pino. Era un vero rifugio contro il freddo e le tenebre. Sigurny si avvolse nel suo mantello, si lasci cadere su un letto e si addorment all'istante.
Fu svegliata da un vivace sbattere di ali. Apr gli occhi e, nella luce argentea della luna, vide sul prato attorno alla casa i sei cigni che scendevano verso terra compiendo cerchi sempre pi stretti. Quando un cigno toccava terra, scomparivano le penne e tornava a essere uno dei fratelli. In pochi istanti, tutti tornarono esseri umani e poterono riabbracciare la sorella.
"Finalmente siete liberi! Ora potremo tornare ancora a casaesclam felice la fanciulla, e si mise a ridere per la gioia. I suoi fratelli, per, non erano affatto allegri. La condussero in casa e le raccontarono la loro storia. La maledizione della matrigna concedeva loro di tornare a essere umani solamente nelle notti di primavera e d'estate; in autunno, avrebbero dovuto migrare a sud e rimanere cigni fino a primavera.
In effetti esiste un modo per liberarci,sugger il fratello maggiore, "ma quella strega ha fatto s che fosse molto arduo, per farci tornare uomini, devi tessere sei tuniche. Le devi preparare intrecciando a mani nude le ortiche, una tunica per anno, per sei anni. Inoltre, durante questo intervallo di tempo non potrai mai parlare, ridere o lamentarti per il dolore. Un solo sospiro, una sola parola o una sola risata, e l'incantesimo non potr pi essere annullato: noi rimarremo cigni per sempre". Sigurny, non esit. "Preparer le tunicheafferm decisa.
nei giorni che seguirono la fanciulla inizi il suo doloroso lavoro. Raccolse le ortiche e strapp le foglie con le sue mani ulcerate, poi inizi ad appiattire i gambi per poterli tessere in una camicia.
Lavor cos per tutta l'estate, mentre i fratelli volavano sopra di lei o si bagnavano nei numerosi laghi della Svezia. Ogni sera, al calar delle tenebre, tornava alla casa e si trasformavano nuovamente in ragazzi; poi cercavano di aiutare la sorella meglio che potevano.
Quando giunse l'autunno, i cigni divennero sempre pi irrequieti. Un brutto giorno, si svegliarono e videro l'erba coperta da una sottile coltre di ghiaccio, non potevano pi attendere. Salutarono la sorella e scomparvero nel cielo meridionale. La fanciulla pianse lacrime silenziose, poi torn al lavoro.
Durante l'inverno non si allontan mai dalla casetta. Con un fuso di legno inizi a preparare le piante di ortica e a filarle. Quando l'inverno stava per finire, usc per cogliere le prime pianticelle di ortica che stavano spuntando nella neve. Poi torn a filare e attese l'arrivo dei fratelli. Questi, per, non giunsero, e la fanciulla trascorse la primavera e l'estate da sola, continuando nel suo doloroso lavoro. Venne infine nuovamente l'inverno, e Sigurny fu scoperta da un cacciatore. L'uomo era il sovrano di uno dei piccoli regni che ancora sopravvivevano nelle foreste della Scandinavia. Era un individuo onesto e di buon carattere, e fu subito affascinato dalla bellezza della silenziosa fanciulla. Quando scopr che viveva in quel luogo selvaggio, priva di ogni protezione, decise di portarla al suo castello. La fanciulla acconsent: raccolse le sue cose e le ortiche mentre lui la aspettava all'esterno. Poi il sovrano mont a cavallo, le diede la mano, l'aiut a salire dietro di lui, e part per il suo regno.
Sigurny entr cos a fare parte di un mondo totalmente nuovo: una fortezza circondata da una palizzata in legno, al centro della quale si trovava un piccolo castello di pietra, che dominava su villaggi di case costruite con argilla e canne e con i tetti di paglia.
Le stanze delle donne occupavano un'intera ala del castello ed erano governate dall'unica figlia sopravvissuta del padre dell'attuale sovrano. Costei era una vera vipera dalla lingua tagliente, e non vedeva di buon occhio la giovane appena giunta. Quando vide gli onori che il re tributava alla silente fanciulla, ufficialmente si dimostr amica, ma non la perse di vista per un solo attimo. Durante il giorno, la osservava mentre imparava a lavorare con il telaio a mano e si stupiva di come potesse ottenere una cos perfetta lavorazione. Alla sera, quando il sovrano la chiamava, andava da lui e lo ascoltava.
La nobildonna non parl neppure quando il re si spos con Sigurny. Aspett gli eventuali rimproveri della fanciulla, ma questa continu a non parlare. Sigurny sembrava muta: di giorno lavorava tessendo le tuniche, di notte dormiva con il sovrano. Quando per cambiavano le stagioni, correva alla finestra per vedere se i sei cigni apparivano all'orizzonte. Molti uccelli di quella specie volavano nel cielo, ma nessuno si ferm mai al castello. Alla fine del secondo anno al castello, quando aveva ormai compiuto i sedici anni, diede alla luce un bellissimo bambino.
Il bimbo, purtroppo, scomparve dalla culla dopo soli due giorni. Sigurny non parl nemmeno in questa occasione, fedele al voto, ma la nobildonna, invece, decise che era giunto il momento di intervenire. Si rec dal re e inizi a sputare parole velenose sul conto della fanciulla, sostenendo che era in combutta con le streghe.
Sostenne persino che la giovane donna aveva ucciso il figlioletto!
"Non ci credo!tuon il re, non appena sent le false parole della nobildonna, e strinse la mano alla moglie, salvandola in questo modo da una sicura condanna.
Due anni dopo, la fanciulla partor un altro figlio e anche questo, purtroppo, scomparve dalla culla. Ancora una volta la nobildonna accus impietosamente la fanciulla, e ancora una volta questa tacque. I cortigiani si voltarono, e il re cap che sua moglie, era stata condannata a morte.
Una mattina di primavera del suo diciottesimo anno di vita, Sigurny fu mandata a prendere nelle sue stanze per raggiungere il luogo dove sarebbe stata giustiziata, fuori dalle mura del castello.
Sigurny avanz lentamente fino al ceppo, portando su un braccio le sei tuniche tessute in anni di fatica e sofferenza. Si ferm sul patibolo e osserv con sguardo privo di ogni emozione le donne che l'avevano seguita e che ora le stavano scoprendo il collo, spostando la sua chioma. Queste tentarono di prenderle le tuniche, ma la fanciulla si oppose: le donne rispettarono la sua volont e si allontanarono.
"Moglie miaesclam il re. "Non vuoi parlare nemmeno ora?".
La donna rimase in silenzio. Il boia le fece un segnale e Sigurny, obbediente, si inginocchi davanti al ceppo. L'uomo si allontan sino al drappo, scopr la scure e la impugn saldamente.
In quell'istante nell'aria risuon un grido acuto, che si ripet pi volte, sino a quando l'aria non ne fu satura. Era il grido di allarme dei cigni. Sei bianche forme volarono nel cielo, poi si diressero verso la fanciulla e la circondarono. Il boia esit e il popolo inizi a mormorare.
I mormorii si tramutarono in un grido di stupore: Sigurny si alz e gett una tunica iddosso a ogni cigno. Le penne bianche caddero all'unisono e, al posto dei sei cigni, tutti poterono osservare i sei giovani nobili che circondavano la sorella. Il pi giovane, per, aveva ancora un'ala bianca al posto di un braccio: Sigurny, infatti, non era riuscita a terminare il suo lavoro prima di essere presa dalle guardie, e alla sua tunica mancava una manica.
La giovane sposa, ergendosi orgogliosamente in piedi, sorrise al re, poi esclam 'Ora, marito mio, parler".
Raccont cos al sovrano del perfido incantesimo che aveva tramutato i suoi fratelli e che le aveva imposto ben sei anni di silenzio; narr dell'intervento della nobildonna, che aveva rapito e probabilmente assassinato i due figli del re. Alla fine fu la testa della perfida principessa che venne tagliata dalla scure del boia e rotol nella piazza. Sigurny si riconcili con il marito, mentre i suoi fratelli vennero accolti a palazzo come ospiti e divennero sei nobili cavalieri.
Simili storie di devozione e lealt erano comuni, quando la magia operava attivamente nel nostro mondo.
L'umanit veniva infatti minacciata da pi parti: spesso, come nel caso di Sigurny e dei suoi fratelli, si trattava di nemici mortali; altre volte, invece, i nemici appartenevano a razze ben pi antiche della nostra. Erano creature che, una volta, avevano dominato il nostro mondo e che ora si erano nascoste per via della forza e dell'ambizione umana, che aveva abbattuto le vecchie foreste, piantando campi e costruendo citt e castelli. Ora questi esseri vengono chiamati dagli esseri umani fate, elfi, "antichio, pi spesso, popolo fatato e vivono nascosti sotto terra o in fondo al mare.
La gente del Somerset narra di una collina, chiamata Blackdown, posta non lontano dalla cittadina di Taunton, dove in particolari notti appaiono personaggi appartenenti al piccolo popolo: indossano abiti sgargianti: gialli, rossi, blu e verdi, e portano cappelli di antichissima fattura. Queste adunanze ricordano molto le feste delle fate narrate nelle leggende: spesso si vedono omini in miniatura che mangiano, bevono birra e giocano sul prato della collina. La gente chiama questa assemblea Mercato delle Fate, e intuisce che esiste un altro mondo, proprio accanto al loro, e talora i due vengono a contatto.
Attratto da queste visioni notturne, un contadino decise una volta di cavalcare sino al centro di questa festa. Lanci il cavallo su per la collina, proprio dove aveva visto le lanterne accese e aveva sentito la musica, ma al suo arrivo le fate erano scomparse. Qualcosa per era rimasto: mani invisibili cominciarono a schiaffeggiarlo e a pizzicarlo sino a quando, disperato, non scapp dalla collina e si rifugi in casa. Mentre stava fuggendo a capofitto, si volt per dare una fugace occhiata: vide le lanterne accese e ud la musica, proprio come se non fosse accaduto nulla. Giunse a casa zoppo: un colpo del popolo fatato era stato molto pesante, e zoppo rimase sino alla morte.
In fondo, l'uomo era stato fortunato, poich si era allontanato velocemente e non aveva toccato nulla che appartenesse al mondo delle fate, che viene spesso chiamato Faerie. I saggi raccontano che un mortale, quando entra in Faerie, pu tornare nel suo mondo, a meno che non tocchi l'oro fatato, oppure mangi il cibo del piccolo popolo. In questo caso  perduto, poich cade inesorabilmente vittima degli antichi poteri.
In una simile sventura incorse un contadino della Cornovaglia, mentre si trovava all'aperto durante una notte di mezza estate. Stava passeggiando, quando raggiunse un prato e un frutteto dove uno strano gruppo di uomini e donne stava danzando. Irretito dalla musica, si avvicin, fermandosi presso un susino: le sue foglie, illuminate dalla luna, brillavano come se fossero di cristallo. I succosi frutti sembravano chiamarlo, sussurrandogli "coglimi, coglimi": prontamente il contadino allung una mano verso una susina.
Improvvisamente fu fermato da un acuto grido. Appena fuori dal cerchio degli. alberi splendenti, vide la donna che avrebbe voluto sposare, se questa non fosse misteriosamente scomparsa tre anni prima. La donna lo mise in guardia e gli raccomand di non assaggiare i frutti, poich appartenevano al popolo fatato che vedeva danzare nel campo. Lei stessa, tre anniprima, si era avvicinata al frutteto e aveva assaggiato, golosa, una susina: era cos cadutanelleloro mani, condannata a vivere per sempre come loro schiava.

Mentre narrava la sua triste storia, inizi a svanire. La musica sembr scemare, i danzatori divennero sempre pi vacui, sino a scomparire, e il contadino si trov solo nell'oscurit.
Storie di questo genere sembrano indicare che la gente di Faerie spesso si metta in agguato, cercando di catturare gli esseri umani pi curiosi o ribelli alle tradizioni, che sfidano le proibizioni e non dimostrano paura. Probabilmente, con questo sistema riescono a portare del nuovo sangue che li aiuti a contrastare il tramonto sempre pi vicino della loro stirpe. Pi di una volta uomini e donne si sono trovati a combattere una lotta mortale contro il popolo fatato che cercava di sottometterli e rinviare cos il suo tragico destino.
Una di queste battaglie avvenne una volta in Scozia, e sembra ricordarci che l'amore e l'affetto, che gli esseri umani provano l'uno nei confronti dell'altro, siano spesso la migliore difesa contro simili nemici. La storia inizia in una regione di confine, vicino a un castello dove vivevano tre fratelli e una sorella. Era un piccolo maniero, costruito con la grigia pietra che si trovava in quella regione e arroccato su una piccola collina. Un minuscolo villaggio sorgeva ai piedi del colle, circondato dai campi e dalle foreste.
In quel particolare giorno, il villaggio e i suoi abitanti si crogiolavano pigramente nella calda luce del sole. La sorella e i tre fratelli stavano trascorrendo il pomeriggio in un prato vicino alla piccola chiesa del villaggio. In questo periodo rimanevano assieme assai di rado, poich i tre giovani stavano ultimando il loro periodo come scudieri presso i signori locali, in attesa di
divenire cavalieri, mentre la fanciulla rimaneva al castello con la madre. Cos i quattro, finalmente assieme, trascorrevano la giornata sdraiati nell'erba, chiacchierando, ridendo e divertendosi.
"Osservate la fatata Helenscherz uno dei fratelli, riferendosi alla rossa chioma della ragazza. Da dove si trovava scagli la palla di cuoio, che possedeva, oltre la chiesetta ed esclam: "Trovala, se ci riesci". Helen rise e accett la sfida. Si alz e corse attorno alla chiesa, in senso antiorario. Come gir l'angolo, il sole la colp sul volto con i suoi cocenti raggi, e l'ultima cosa che videro i fratelli fu la sua ombra. La fanciulla non riapparve pi.
Dopo qualche istante, i fratelli iniziarono a chiamarla, ma non ottennero alcuna risposta. Si guardarono negli occhi, ammiccarono e si diressero verso la chiesa, ridendo e continuando a chiamarla. Cercarono nei campi e nella foresta, ma non trovarono nessuno.
"La sua ombra cadeva dietro di lei, dove non poteva vederlaesord uno dei fratelli. Subito cessarono le ricerche e iniziarono a discutere.
In quei tempi, la gente riteneva che l'ombra contenesse una parte dell'anima dell'individuo. Ancora oggi rimane un pallido ricordo di queste credenze, e molti abitanti dei paesi anglosassoni ritengono che porti sfortuna calpestare un'ombra. L'ombra di Helen era stata vista mentre lei era nascosta, e non poteva quindi seguire i suoi movimenti. Invisibile alla sua proprietaria, poteva cos cadere preda di incantesimi e malefici.
Qualcuno, o qualcosa, aveva visto l'ombra indifesa, e l'aveva catturata, imprigionando cos anche la povera ragazza.
Il fratello maggiore giur: "Cavalcher sino a trovarla!".
"Cavalcheremo assieme!risposero di rimando gli altri due.
"Cavalcher da soloribad il primo, "poich sono il primogenito. Se fra un mese non sar di ritorno, mi seguirete".
Trascorse un mese, e il primogenito non torn. Part allora il secondo, dirigendosi verso le montagne del nord, neppure lui torn.
Il terzo fratello intraprese a sua volta la ricerca. Si chiamava Childe Rowland, e il titolo Childe indicava che era il rampollo di una nobile famiglia. Dei tre, era il pi vicino a Helen e le era molto affezionato; inoltre aveva atteso struggendosi per due mesi. Raggiunse il confine dei possedimenti paterni e fece fermare il cavallo. Davanti a lui si trovava una capanna di pietra, posta proprio a met strada fra la civilt umana e la natura incontaminata delle foreste e delle montagne.
nella capanna viveva uno strano individuo, che aveva deciso di allontanarsi dalla vita mondana. Secondo alcuni era uno studioso, mentre altri sostenevano che praticava le arti della magia.
Rowland scese da cavallo e, con una spinta, apr la porta di legno. All'interno, l'unica stanza era vuota, ma il giovane cavaliere non pot entrare. All'improvviso, nel camino divamp un fuoco profumato, mentre sul tavolo di legno comparvero le antiche pergamene dello studioso. Un gufo era appollaiato sul davanzale di una finestra, e la sua testa era nascosta da un'ala.
"Allontanatiesclam una voce soffocata. Rowland raggiunse la finestra, stupito e dubbioso se fosse stato il gufo a parlare.
" stato proprio luicomment una voce alle sue spalle, facendolo sobbalzare. Voltatosi, vide un vecchio, vestito con una tunica da frate e stringendo fra le mani un cestino pieno di mele. Questo deposit il cesto sul tavolo, si pul le mani nel saio e si sedette tranquillo.
"Ti aspettavo, giovane cavaliereesord. "I tuoi fratelli sono gi passati dalla mia umile dimora".
"Dove si trovano ora?chiese il giovane.
"Ovviamente sono con tua sorella, nella torre del Re degli Elfireplic il vecchio. Fece un gesto e Rowland si trov improvvisamente seduto.
"Signore, come fai a saperlo?".
"Me lo ha raccontato un uccellinoesclam con una smorfia lo studioso. Sul davanzale, il gufo scopr la testa, ruot i muscoli del collo e si ferm all'improvviso. Gli occhi erano chiusi.
"Dimmi come posso trovarli e riportarli a casa".
"Ragazzo mioesclam lo studioso. "Certe cose sono pi facili a dirsi che a farsi. Mappa!ordin, e una pergamena si srotol sulla tavola davanti a lui.
"Tu devi andare quiesclam il saggio, tracciando un percorso che procedeva verso nord, sino nel cuore delle montagne. Al di l dei simboli delle montagne, sulla pergamena non c'era nulla.
"Da qualche parte, in queste terre non cartografate, c' il dominio del Re degli Elfi. Lo scoprirai non appena avrai varcato il suo confine, e qualcuno sar ben lieto di accompagnarti alla torre. Non appena avrai raggiunto queste terre, ecco come ti dovrai comportare: taglia la testa di ogni persona che ti rivolger la parola. Di ogni persona, mi raccomando. Ecco cosa non devi fare: mangiare o bere qualsiasi cosa ti venga offerta. Il cibo e le bevande degli elfi ti imprigionano per sempre".
Rowland attese, ma il vecchio saggio non disse pi niente. La testa canuta ebbe un sussulto, poi si chin: il vecchio si era addormentato. Mentre il giovane si allontanava, la testa si lev per un attimo e disse: "Ricorda!".
Rowland si diresse verso nord, nutrendosi della cacciagione e bevendo alle fresche fonti. Di notte, dormiva sotto gli alberi. Oltre le montagne il paesaggio era formato da colline che lentamente digradavano a valle. Il giovane cavaliere procedette lungo il sentiero che si snodava attraverso prati e campi e, finalmente, trov un essere vivente.
Era un pastore di cavalli, un vecchio vestito di grigio e con una lunga frusta. Quando apparve il cavaliere e la sua potente cavalcatura, gli altri cavalli giunsero attraverso i campi con profondi nitriti di saluto. Corsero attorno al giovane, che pot osservare i loro occhi, che emanavano una luce ultraterrena. Erano i cavalli degli elfi: il giovane era finalmente giunto nel loro regno.
"Pastorechiam. "Da che parte si trova la torre del Re degli Elfi?".
"Non posso rivelarlo, signore, ma cavalca verso occidente, e troverai qualcuno disposto a guidartireplic sbuffando il pastore di cavalli.
Rowland annu, fece voltare il cavallo e, non visto, estrasse la spada. Si chin sulla sella e, con uno scatto improvviso, la lama saett verso il collo del pastore, spiccandogli di netto la tsta, che rotol sul prato. Dalla ferita sul collo zampill un fiotto di sangue, poi il corpo croll a terra privo di vita, mentre i cavalli si allontanavano nitrendo spaventati.
Ignorandoli, Rowland prosegu verso occidente. Dopo qualche ora incontr un bovaro, e anche i suoi animali avevano lo sguardo ultraterreno del regno degli elfi. Domand indicazioni al bovaro, e questo rispose proprio come il pastore di cavalli. Anche lui fin velocemente per perdere la testa, grazie a un preciso colpo di spada del cavaliere.
Giunse a un prato che confinava con un meraviglioso frutteto. Dai rami pendevano pere e mele. Qui Rowland incontr una donna bassa e grassottella, con in mano un bastone e un gruppetto di polli che razzolava ai suoi piedi. Era una contadina, e anche il suo sguardo era privo di ogni minaccia. Quando un pollo alz il capo, per, il cavaliere riusc a vedere quello sguardo ultraterreno.
"Buona signoraesord. "Dove si trova la torre del vostro re?".
"A occidente, dopo gli alberireplic la donna. "Troverai una collina circondata da tre ordini di mura. Cammina attorno a ogni bastione in maniera tale che il sole ti batta sul volto. Poi, al termine di ogni giro, grida alla collina di aprirsi. Se sei un uomo coraggioso, ti ascolter".
Il giovane ringrazi e si volt per andarsene. In fondo, era solo una vecchia donna, e non si sentiva abbastanza malvagio da decapitarla. Poi diede un fugace sguardo alle sue spalle e la vide che lo osservava con grandi occhi rossi come se lui fosse uno dei suoi polli. Con un solo colpo di spada le recise la testa dal collo e la mand a rotolare fra i polli spaventati.
Infine, al termine del pomeriggio autunnale, raggiunse la verde collina dove si trovava la torre del Re degli Elfi. Scese da cavallo e si avvi verso i bastioni, stando ben attento a procedere verso ovest e ad avere in faccia il sole.
Le porte si aprirono e il giovane raggiunse la cima della collina. C'era una porta aperta, che conduceva nel suolo, e il giovane Rowland si avventur nell'oscurit. Percorse numerosi corridoi, al buio. I corridoi scendevano verso la terra pi profonda e il giovane non aveva torce o lanterne.
Alla fine giunse a una grande sala, circondata da balconate e porte, che emanava una luce chiara. Faceva caldo. Qui, lontano dalla sua avita dimora, si trovava Helen, pi bella e splendente che mai. Sedeva su un trono ricoperto da un manto di seta purissima e, quando Rowland entr nella sala, i suoi occhi si girarono per osservarlo.
La ragazza aveva lo sguardo piatto e vuoto di una persona folle, o vittima di un potente incantesimo.
In silenzio, il giovane cavaliere avanz nella sala. I suoi occhi lacrimavano, mentre prendeva le gelide mani della sorella nelle sue.
"Sia ringraziato il Signore che ti ha mandato, fratello". La sua voce era poco pi che un sussurro ed era priva di tono.
Aveva parlato! Rowland sfoder la spada. Lei non si mosse, e lui chiuse gli occhi quando la lama incontr con un urto la carne della giovane. Quando li riapr, vide la sorella che sorrideva, mentre i suoi occhi brillavano di vita. "Rowlandesclam. "Mi hai finalmente liberato".
"Dove sono i nostri fratelli?"
Come risposta, Helen indic un punto nascosto dalle ombre, dove comparvero due sarcofaghi.
"Non sono riusciti a vibrare il fendente che mi avrebbe liberata dall'incantesimoraccont. "Il Re degli Elfi li ha condannati a una prigione di sonno eterno".
Era una brutta situazione: aveva trovato la sorella e i fratelli, ma avrebbero potuto morire tutti nella sala.
"Bene, sorellainizi Rowland. "Vediamo cosa possiamo fare". Helen annu, ma non sapeva nulla della fortezza e sul conto del te degli Elfi. Aveva passato tutto il tempo nella torre prigioniera di incantesimi, come in un sogno. L'unica cosa che ricordava era che aveva corso con il sole in faccia e aveva visto la sua strada bloccata da un individuo alto, che le aveva rubato l'ombra e l'aveva buttata sulla spalla come se fosse un vecchio abito.
Rowland ascolt tutto con attenzione, poi disse: "Ho sete. Per favore, fammi bere qualcosa, perch sto per svenire". Helen gli port del latte in una coppa d'oro. Lentamente si port la coppa alle labbra e osserv improvvisamente la sorella, notando uno sguardo triste e terrorizzato. Era ancora sotto il potere del Re degli Elfi, altrimenti non gli avrebbe offerto il latte, ma anche cos cercava di avvisarlo del pericolo. Mormorando una maledizione, il giovane cavaliere gett la coppa a terra.
Come se il rumore del metallo sulla pietra fosse stato un incantesimo, il pavimento si apr e apparve nella stanza un individuo alto, con una corazza nera, che lanci un grido di guerra ed estrasse la spada, alzandola sopra la sua testa. Era il Re degli Elfi, venuto a versare il sangue del cavaliere che aveva osato sfidarlo. Con uno scatto Rowland gli fu addosso.
Combatterono in silenzio, con affondi e parate, con finte e fendenti. Sembrava che il Re degli Elfi combattesse senza usare la magia: il suo onore e il suo orgoglio lo obbligavano ad affrontare un mortale e vincerlo con armi convenzionali. Era un guerriero abile e forte, un vero eroe. La sua lama raggiunse una spalla di Rowland. Poi la colp una seconda volta, e il giovane cavaliere cadde in ginocchio. La lama nera cerc di vibrare il colpo fatale dall'alto. Cos facendo, il Re degli Elfi per un attimo lasci scoperto un tratto del ventre, e Rowland tent il tutto per tutto. Con un affondo dal basso, piant la spada nel corpo del sovrano. Il Re degli Elfi url, mentre la spada gli sfuggiva dalle mani. Rowland si alz, spingendo con la sua spada sino a inchiodare il nemico al pavimento. Estrasse l'arma e la punt contro la gola del sovrano sconfitto. Respirando a fatica, cerc di parlare, ma il re lo precedette. "Non era mai accaduto primaesclam. "Sono stato sconfitto da un mortale".
"Liberaci!".
"E sia. Vi liberer".
Rowland si alz e si allontan di un passo. Anche il sovrano si alz, poi si mosse attraverso la sala, toccando Helen e i due fratelli, che all'istante furono liberi dall'oscuro incantesimo che li aveva imprigionati. "Ricorda, fanciullaesclam ancora. "Non correre mai pi incontro al sole, se non vuoi tornare nel nostro mondo. Qui abbiamo bisogno del tuo sangue, e ti sor-veglieremo sempre. Ora andate". Indic la porta da cui erano entrati. I fratelli l'attraversarono, portando con loro la sorella e si trovarono in un prato pieno di foglie cadute, davanti alla piccola chiesa del villaggio ai piedi del loro castello. Quando si voltarono, videro una sorta di spettrale figura: una pesante porta di legno che si stava chiudendo. Poi tutto torn come prima.


I gemelli del cielo settentrionale Per dimostrare l'incredibile potere del legame fra due fratelli, i Greci raccontano la storia di Castore e Polluce, conosciuti anche con il nome di Dioscuri, che significa "ragazzi di Zeus". La leggenda narra che nacquero da Zeus e da una donna mortale, per cui uno era immortale come il padre, l'altro mortale come la madre. Erano inseparabili sia in pace che in guerra e, in breve, divennero due famosissimi atleti: Castore era un bravissimo cavaliere, mentre Polluce era un campione di lotta e pugilato.
 Castore, il mortale, cadde in battaglia davanti agli occhi del fratello. Reso pazzo dal dolore, Polluce supplic il padre di poter morire e andare a vivere negli inferi con il fratello defunto. Ma nemmeno Zeus poteva togliere la vita a un immortale, per cui prese i due fratelli e li pose nel cielo, dove resteranno sempre assieme, cantando e viaggiando per la Via Lattea.
 Castore e Polluce sono visibili nel cielo settentrionale durante le notti d'inverno, e nelle loro teste brillano le stelle maggiori della costellazione dei Gemelli. Gli Spartani pregavano i Dioscuri, ritenendoli i protettori dei valorosi, mentre i marinai greci li adoravano perch dicevano che il loro splendore poteva placare persino le tempeste pi furiose.

Nei tempi antichi, quando gli uomini occupavano solo una piccola parte del nostro mondo, il legame familiare era molto forte, a volte anche fra coloro che non avevano vincoli di sangue. La societ antica era un grande intreccio di legami fra i singoli individui che la componevano.
Durante le guerre la lealt era fortissima fra i soldati; chi passava attraverso il bruciante fuoco di una battaglia, contraeva spesso vincoli di amicizia ben pi saldi e duraturi di qualsiasi altra forma di legame, anche di parentela. Molte leggende che sono giunte sino a noi parlano di questa lealt guerriera, a volte persino superiore al mero valore dei combattenti.
Di tutti i reparti e le orde di guerrieri, pochi mostrarono uno spirito di corpo e un affiatamento cos forte come i Fianna dell'antica Irlanda. Questo gruppo di guerrieri serv il Grande Re di quell'isola, regolando le dispute dei nobili, difendendo il popolo e sorvegliando i porti e le rive per scongiurare qualsiasi invasione. Nel loro periodo di massimo splendore, i Fianna erano formati da oltre quattromila uomini. Vi erano centocinquanta capi, e ciascuno comandava ventisette uomini. I guerrieri venivano reclutati durante le aonach, le grandi adunanze dei Clan che si tenevano, in occasione delle cerimonie, pi volte durante l'anno.
In queste circostanze i pi valenti giovani dell'Irlanda provavano la loro abilit in numerosi giochi e competizioni, mentre le fanciulle venivano date in spose, il bestiame veniva acquistato e venduto e, infine, venivano commerciati i prodotti provenienti da altri paesi.
Una volta arruolata, la recluta dei Fianna doveva affrontare una serie di prove per verificare il suo coraggio, la sua abilit nella poesia (elemento indispensabile nella cultura irlandese antica) e la sua abilit con l'arco e la lancia. Chi riusciva a superare queste prove, entrava a fare parte, assieme alla sua famiglia, di una potentissima organizzazione, quasi un vero e proprio Clan. A quei tempi, se un individuo veniva ferito, la sua famiglia aveva il dovere di vendicarlo, ma i familiari dei Fianna rinunciavano a ogni tentativo di vendetta, sia in caso di ferita che di uccisione. Questa incombenza diventava ora un diritto (e un dovere) dei suoi commilitoni.
Il loro stile di vita divenne in breve leggendario. Durante l'estate viaggiavano per l'isola, vivendo di caccia, dormendo sotto il cielo sui "tre giacigli del Fianna" (rami, giunchi e muschio), tuffandosi nei torrenti, mangiando davanti a un fuoco acceso nei campi e ascoltando le ballate dei menestrelli e le storie narrate dai loro bardi.
Durante l'inverno, invece, abitavano fra la gente comune o nelle fortezze dei loro comandanti.
La gloria imperitura giunse ai Fianna mentre erano comandati da Finn Mac Cumal, un uomo cos grande che il suo nome rimase sulle labbra dei poeti, dei cantori e dei bardi di tutta l'Irlanda anche dopo secoli dalla sua morte. Finn era il pi valoroso, si narra, e il pi saggio, poich aveva mangiato un salmone la cui carne racchiudeva la saggezza del mondo intero. Fu il pi abile cacciatore, il pi raffinato poeta, il pi giusto dei giudici. In una terra dove la generosit era segno della grandezza di un uomo, Finn fu il pi generoso. I menestrelli cantano che, se la spuma del mare fosse diventata per magia argento e le foglie che cadono d'autunno fossero state d'oro, Finn non le avrebbe tenute per s, ma avrebbe donato tutto agli altri.
La sua grandezza e la sua fedelt erano ricambiate dai suoi guerrieri. Presso i Fianna si trovava suo Figlio Oisin, un grande cantore, e suo nipote Oscar, chiamato il Bello. Diarmuid, il pi simpatico e piacente fra gli uomini, militava nel suo gruppo di guerrieri, come pure Qoll (detto il Monocolo del Connacht), ritenuto il pi valoroso dopo lo stesso Finn, e le fila dei Fianna annoveravano anche Caoilte. Questi valorosi eroi e i loro seguaci erano considerati da Finn alla stregua di fratelli e figli... e questi sentimenti erano ricambiati.
Fra i Fianna, Caoilte era noto per la sua bont. Non che non fosse un valoroso guerriero: in giovent, si narrava che avesse affrontato e ucciso un gigante a cinque teste, e in seguito aveva eliminato anche
un gigantesco cinghiale che nessuno dei suoi compagni era riuscito nemmeno ad avvicinare. Inoltre, era dotato di una incredibile affinit con tutto quanto riguardasse la natura. Amava ogni forma di vita, per quanto piccola e insignificante, e questa sua passione gli aveva permesso di ottenere speciali poteri. Sapeva infatti quali erbe potevano curare, quali invece davano la conoscenza e quali, infine, servivano per filtri d'amore. Il suo udito era cos acuto che avrebbe potuto dire, semplicemente sentendo il rumore di una caccia lontano nella foresta, quanti uomini e animali stavano cacciando, e chi era la preda: cervi, cinghiali, lepri o tassi. Questa abilit aiut pi di una volta il suo comandante.
Vi fu un periodo durante il comando di Finn, in cui i Fianna quasi si ribellarono. Erano guerrieri valorosi e ben addestrati, e spesso capitava che si recassero a combattere con qualcuno dei sovrani minori dell'isola. Per scoraggiare questo atteggiamento e per dimostrare il suo potere, il Grande Re d'Irlanda un'estate fece catturare e imprigionare Finn nella sua fortezza, sulla collina di Tara.
La notizia raggiunse Caoilte, che si trovava nella roccaforte di Finn sul colle di Alien, presso le paludi del Leinster. Il guerriero, offeso dal proditorio atto, si diresse verso sud, sino a raggiungere le terre del Grande Re. cominci a saziare la sua fame di vendetta sterminando i contadini del re nelle loro capanne e dando fuoco ai raccolti, ma questi atti non fecero liberare il suo comandante. Decise allora, una volta che si fu placata la sua furia distruttrice, di entrare lui stesso nella fortezza di Tara. Riusc persino a raggiungere la famosissima sala dei banchetti, un locale enorme cui si poteva accedere da dodici porte: fu sufficiente eliminare una delle guardie e rubargli le vesti per camuffarsi. Cos, quella notte, entr nella sala buia reggendo in mano una lunga candela, proprio come se fosse uno dei tanti inservienti che vivevano nella fortezza e stavano svolgendo il loro compito con impegno.
Il fuoco del camino e delle candele risplendeva con mille diversi riflessi sugli innumerevoli scudi che erano appesi alle pareti: questa luce mostrava numerosi guerrieri seduti ordinatamente sulle panche presso le tavole imbandite. Caoilte attravers la sala, a fianco di inservienti, giocolieri, bardi e arpisti sino ad avvicinarsi al luogo dove si trovava lo scranno del Grande Re. Qui si trovava anche Finn, seduto accanto al re ma umiliato dalla presenza di alcune guardie che lo sorvegliavano. Attratto dal suo movimento furtivo e al tempo stesso fiero, il Grande Re gli rivolse uno sguardo: dopo tutto, conosceva assai bene questo valoroso Fianna.
"Penso di aver visto gli occhi del tuo compagno Caoilte dietro la fiamma di una candelaesclam il re, indicando con un gesto nella corretta direzione.
"Caoilte  un guerriero orgogliosoribatt Finn. "Sicuramente non si abbasserebbe mai a portare una candela come un comune servo".
Ma il guerriero, impaziente di salvare il suo signore, gett la maschera: abbass la lunga candela sino a fissare negli occhi il Grande Re ed esclam con tutto il suo orgoglio: "Guardami adesso! Sono qui per liberare il mio comandante".
Stupefatto dal coraggio del guerriero, che si era recato da solo nella fortezza ben difesa, il re cominci a riflettere. Alla fine disse: "Il Fianna  troppo indisciplinato. Ho bisogno di persone fidate. Portami una coppia di ogni animale selvatico che vive in Irlanda. Vivo e in buona salute".
"nessuno potrebbe riuscire in una simile impresaesclam tristemente Finn.
"Lo far per la salvezza del mio comandanteribatt Caoilte. Poi, senza aggiungere altro, gett a terra la candela e usc dalla sala.
Part alla fine dell'estate. Il Grande Re fu tenuto al corrente dai suoi messaggeri dei luoghi in cui si recava il guerriero. Fu visto nel nord, sulle rive del mare, nei grandi laghi, nelle montagne, nelle fitte foreste che si trovavano nelle pianure e, alla fine, persino in fondo alle pi remote caverne.
Un giorno avvisarono il sovrano che Caoilte stava tornando a Tara. Vennero messe guardie presso ciascuna delle cinque strade che raggiungevano la fortezza. Queste raccontarono al re di aver visto il guerriero che si avvicinava. Mentre parlavano, cercavano, sforzandosi, di non ridere.
??? appena Caoilte giunse in vista del castello, tutti poterono osservare cosa aveva provocato quella strana reazione nelle guardie. Lungo la strada, pavimentata con larghe pietre, camminava il guerriero, alto e maestoso, con i capelli grigi come il mare durante l'inverno. Attorno a lui marciava la pi strana compagnia che avesse mai percorso la strada verso Tara, saltellando e schiamazzando, saltando e trottando, grugnendo e cantando, ululando e cinguettando. Al fianco del guerriero procedevano a fatica due foche, con il loro sguardo che spaziava su tutta la valle; le lepri lo precedevano, saltellavano davanti a lui ora verso destra, ora verso sinistra; ogni tanto venivano richiamate dall'imperiosa voce di Caoilte. C'era anche una coppia di gatti selvatici e una di castori, che si muovevano con prudenza. I lupi aprivano il corteo; i cervi trottavano al suo fianco, mentre una processione quasi infinita di mucche, maiali e ovini costituiva la retroguardia. Nelle sue mani, il guerriero stringeva le zampe di una coppia di allegre anatre selvatiche, mentre nel cielo sopra la sua testa volava uno stormo formato da tutte le variet di uccelli che popolano l'Irlanda. C'erano gufi, cigni, gabbiani, tordi, usignoli, merli, cardellini, rondini, saltimpali, cormorani e pavoncelle.
L'incredibile corteo percorse la strada verso Tara, sino a entrare nella grande sala dei banchetti del re. Il rumore era insopportabile.
Il Grande Re sedeva sul suo trono, e Finn era al suo fianco. Bench avesse perso, il sovrano non riusc a trattenere una sonora risata.
"Ecco gli amici di Caoilteriusc infine a esclamare.
"Osserva, maest: ho rispettato la mia parte del patto. Ora tocca a te: libera il mio signore".
"Da questo momento lo dichiaro libero!".
"Ora potete andaredisse il guerriero al suo corteo. Le anatre, ora libere dalla sua stretta, volarono nella sala sino a raggiungere il soffitto, starnazzando rumorosamente. Tutti i rimanenti uccelli iniziarono a volare in cerchio, mentre gli altri animali si lanciarono verso le porte, calpestando, artigliando e mordendo chiunque si trovasse sul loro cammino. In pochi attimi la sala fu nuovamente libera, fatta eccezione per qualche guerriero ammaccato e per una nuvola di peli e piume che svolazzava qua e l. Dall'esterno giunsero le urla della corte del re che fuggiva davanti agli animali imbizzarriti.
Nessuno seppe mai come il guerriero Fosse riuscito nella sua impresa, e lo stesso Caoilte non rivel ad anima viva il suo segreto: se qualcuno gli poneva domande in proposito, si limitava ad affermare che era stata un'impresa molto faticosa. La storia venne narrata per molti inverni nella sala dei Fianna, in modo che gli altri guerrieri potessero seguirne l'esempio. Era una storia sostanzialmente positiva, dove la magia era pura e veniva utilizzata solamente a fin di bene. Non vi era malvagit, n un particolare pericolo per l'eroe.
Altre avventure dei Fianna, invece, furono ben pi oscure e pericolose dell'impresa compiuta da Caoilte. I Fianna vivevano infatti in un'epoca in cui la razza dei Sidhe viveva ancora nel nostro mondo, sotto i tumuli che costellano i verdi prati dell'Irlanda o presso le fredde coste dell'isola. Questo popolo di elfi, maestro nell'arte di tessere incantesimi, osservava le vicende degli irlandesi con occhi antichi e vigili. Questi antichi abitanti dell'isola erano una razza capricciosa e volubile, e talvolta erano persino arrivati ad allearsi con i Fianna.
Alcune loro donne avevano amato uomini mortali: un tipico esempio  la moglie di Finn, madre di suo figlio Oisin, che apparteneva al popolo fatato. Anche Diarmuid, uno dei pi valorosi Fianna, aveva amato una donna dei Sidhe, e qualcuno afferma che anche la moglie di Caoilte appartenesse a quella razza.
Pi spesso, per, i Sidhe compaiono nelle saghe e nelle leggende come nemici degli eroi irlandesi, pronti ad apparire all'improvviso per trascinare un malcapitato guerriero nel mondo delle tenebre.
Uno di questi agguati avvenne una volta sul monte chiamato Ceiscoran, che si trova presso la pianura di Magh Chonaill, nel Connacht. Un giorno d'estate. Finn indisse una battuta di caccia, e i suoi partecipanti furono cos allegri e chiassosi che si spinsero con i cani ben oltre i verdi prati, sino a raggiungere la foresta sulla montagna. Le cronache tramandano che i cacciatori riuscirono a turbare con il loro frastuono anche la pace della foresta: "i cervi fuggirono nei pi remoti e nascosti luoghi, i tassi si rifugiarono nelle loro tane sotto terra, le volpi scomparvero per alcuni giorni e gli uccelli, nei nidi, si coprirono persino la testa con un'ala per trovare un poco di pace".
Il clamore, per, dest anche altre creature, ben pi sinistre. Quando raggiunsero la foresta, Finn e i suoi uomini scesero da cavallo e si accamparono in una radura per un veloce pasto. Finn not un movimento sospetto nell'ombra, e si allontan per controllare cosa stava succedendo. Raggiunse una caverna, la cui apertura era in parte nascosta da una rete di spessi fili grigi, simili a una gigantesca ragnatela. Qui erano sedute tre forme indistinte che si rivelarono essere tre anziane donne con i grigi capelli che incoronavano i volti color della cenere.
Gli occhi erano spalancati e, a un primo sguardo, sembravano non possedere il dono della vista; le loro cadenti labbra sembravano trasudare schiuma, come cavalli che avessero corso a lungo. Le tre donne ignorarono Finn e continuarono a lavorare ai fili, che ottenevano grazie a primitivi arcolai.
Finn attese che i suoi uomini lo raggiungessero, poi salutarono le tre streghe, osservando con curiosit il loro lavoro.
"La pace sia con voi, reverende madriesord Finn. Le donne scossero la testa e si dedicarono nuovamente al loro lavoro. Finn allung una mano e tocc uno dei fili che componevano la rete che sembrava ostruire l'ingresso della caverna.
Nel momento in cui le sue dita toccarono il filo, qualcosa si modific. Il guerriero cominci a tremare e il suo colorito impallid; poi il robusto corpo croll a terra, e inizi a lamentarsi come un bimbo. Anche la sua voce era cambiata. E tutti i suoi guerrieri, come prigionieri di una tremenda magia, toccarono il filo e seguirono la medesima sorte. Fra questi c'erano Caoilte, Diarmuid e Oisin, Figlio di Finn.
Solamente Qoll, chiamato il "Monocolo del Connacht", non era per fortuna presente: si era accampato ai piedi della montagna e giunse sul luogo solamente dopo un'ora, attratto dal furioso latrare dei cani.
La scena che si trov a osservare avrebbe fatto fuggire anche il pi valoroso dei guerrieri: presso l'imboccatura della caverna, i cani urlavano sconsolati, mentre appena all'interno il suo signore e i suoi compagni erano imprigionati dai Fili come se fossero delle vecchie mummie.
Giacevano come se fossero morti. Attorno a questi, saltellavano tre Figure nere, cantando strani inni e danzando, armate con grandi spade. Goll le chiam, e le tre Figure si volsero verso di lui; poi, lanciando un grido di guerra, gli si avventarono contro. Sembrava che, man mano che si avvicinavano, diventassero sempre pi grandi.
Goll era conosciuto anche come "Fiamma della Battaglia", e non si perse d'animo. Lasci cadere a terra lo spiedo da caccia, sguain la spada e attese impavido. Grugnendo, le tre streghe lo circondarono, ma lui si spost rapidamente, in maniera tale da poterle osservare tutte con il suo unico occhio. Due di queste si mossero verso destra ma, prima che potessero uscire dal suo campo visivo, Goll attacc, menando un terribile fendente con la spada. La lama attravers senza difficolt il collo di entrambe le streghe, che caddero all'istante a terra, decapitate, mentre dalla ferita sgorgavano fiotti di sangue. Goll, per, non ebbe il tempo di guardare: qualcosa lo aggred alle spalle. Braccia e gambe, simili alle zampe di un ragno, lo afferrarono con forza tentando di stritolarlo, mentre un sibilo incessante tormentava le sue orecchie.
Il guerriero lasci cadere a terra la spada e cerc di liberarsi dalla presa del nemico. Poich non riusciva nell'impresa, decise di giocare il tutto per tutto. Approfittando del fatto che il nemico era pi leggero di lui, corse fuori dalla caverna, sino alla foresta: trov un grosso albero e si lanci contro di lui facendo in modo che il suo nemico si trovasse fra lui e il duro tronco. Nonostante la terribile botta, la creatura non moll la presa sino a quando Goll non si gett a terra sulla schiena e inizi a contorcersi. Appena libero, il guerriero si alz velocemente in piedi, afferr la donna per i capelli e la trascin sino all'imboccatura della caverna. La leg saldamente e la lasci distesa accanto alle sorelle decapitate. Poi prese la spada.
"Aspetta, o campione, guerriero che non si  mai ritirato da una battagliaesclam terrorizzata la megera, e Goll esit.
"Sono pronta a servirti e proteggerti, giuro sugli dei del mio popolo che, se mi lascerai vivere, liberer Finn e tutti i suoi compagni".
"Affare fatto. Ora liberali!ordin perentorio Goll.
La vecchia inizi a cantare in una lingua sconosciuta. Man mano che la voce saliva di volume, i fili che legavano Finn e i suoi compagni iniziarono a polverizzarsi, e i guerrieri si destarono. Goll salut i compagni e tagli le cinghie che legavano la strega. Senza pronunciare parola, la vecchia inizi a strisciare verso il fondo della caverna. I due corpi decapitati si alzarono: la seguirono, mentre le teste saltellavano al loro fianco, sino a quando le sinistre fgure scomparvero nell'ombra.
Nessuno seppe mai dire con sicurezza chi o cosa fossero le tre ' megere. Qualcuno sostiene che si tratasse di soldati dei Sidhe che presidiavano quel luogo, e che reagirono in questo modo all'improvvisa intrusione degli esseri umani. Altri affermano che si trattava della Morrigan, l'antica dea della guerra che a volte appariva sotto forma di tre vecchie, a volte come tre bellissime fanciulle e a volte come tre corvi neri. La Morrigan era avida di sangue umano e in quell'epoca, quando il suo potere era ormai solo un ricordo ed era priva di seguaci, era costretta a servirsi di trucchi per potersi nutrire e a operare come un ladro nella notte.
Indipendentemente dall'identit delle tre streghe, Goll riusc a vincere, salvando cos il suo signore e i suoi compagni. Grazie a simili guerrieri, i Fianna riuscirono sempre a trionfare sulle razze elfiche.
I Fianna non stavano per sempre assieme e i loro nemici non erano solamente i Sidhe. Con il passare del tempo, il legame che li teneva uniti si allent e venne minato anche dalla corruzione e da piccole invidie fra i suoi componenti.
Nati per combattere, erano individui rissosi e violenti. Finn e Diarmuid divennero nemici a causa di una donna, e Diarmuid per per volont del suo signore. Goll affront uno dei figli di Finn e lo uccise durante un cruento duello. Avendo saputo che il suo signore lo cercava per vendicarsi, si sdrai su una roccia in riva al mare e si lasci morire. Oisin scomparve nel mondo dei Sidhe, attratto dall'amore per una donna appartenente a quella razza, e Finn non ebbe pi sue notizie.
Infine, gli ultimi Fianna cercarono di usurpare il potere del Grande Re. Si unirono all'esercito di un re minore e diedero battaglia. Furono sconfitti e morirono quasi tutti sino a quando rimase solamente Caoilte a cantare le gesta di Finn Mac Cumal e dei Fianna nei loro giorni gloriosi. Si narra che quando Caoilte divenne vecchio e ammalato, fu abbandonato persino dai suoi figli e dagli amici, e lasci il mondo degli uomini per andare a vivere presso i Sidhe. Nessuno conosce la verit a questo proposito, ma un uomo che divenne Grande Re secoli dopo la fine dei Fianna narrava che una volta era stato fermato in una foresta buia, durante una notte senza luna. Un individuo grigio, alto e robusto era apparso dal nulla e aveva afferrato le redini del cavallo del re.
"Ero colui che aveva portato la candela davanti al Grande Reaveva detto lo spettro con un sorriso. "Una volta ero di Finn".
Poi era scomparso, ultimo della gloriosa fratellanza dei guerrieri, affermando ancora una volta la sua fedelt.





La Schiava che Riconosceva i Malvagi.
Nei secoli passati, gli uomini e le donne non disponevano di particolari armi per poter affrontare la malvagit, soprattutto se questa era aiutata dalla magia, ma talvolta era sufficiente un cuore puro, unito all'astuzia, alla lealt e a un'attenta osservazione, come ci racconta un'antica fiaba persiana. Si tratta di una storia famosa che vede come protagonista un uomo chiamato Ali Bab, un povero boscaiolo che viveva sulle montagne dell'Elburz e conduceva una misera esistenza tagliando gli alberi della foresta che circondava il suo villaggio. Suo fratello Kassim era un mercante che aveva concluso un ottimo matrimonio, e ora viveva in una casa sontuosa con molte stanze e molti giardini. In ogni caso, n Ali Bab n il suo ricco fratello sono i veri protagonisti di questa vicenda: questo ruolo spetta invece a una donna chiamata Morgiana, una delle schiave di Kassim. Morgiana era una bellissima fanciulla, fedele alla sua casa e ai suoi padroni.
La vicenda prende l'avvio in un bosco di querce che si trovava a qualche ora di cavallo dal villaggio. La gente, se possibile, cercava di evitare questo luogo, poich temeva l'opprimente presenza dei nodosi alberi e delle cupe fronde. Alcuni sostenevano che il bosco era maledetto, altri che fosse la tana dei karkadann, gli unicorni simili a lupi che abitavano in quella regione. Un pomeriggio, Ali Bab, condusse per, il suo mulo nel bosco, leg l'animale e inizi a tagliare la legna. Poich avvertiva un senso di pericolo, si guardava nervosamente attorno ogni volta che sentiva il rumore di un ramo spezzato. Raggiunse infine una radura dove la foresta lasciava il posto a una montagna. Come per un terremoto improvvisamente il terreno inizi a tremare. Abbandonando il suo carico, Ali Bab si arrampic su un albero e si nascose fra le fronde.
La radura venne invasa da uomini armati e corazzati, a cavallo di destrieri con le bisacce delle selle colme di ogni ben di Dio. Il loro capo butt indietro il cappuccio, rivelando un volto con folte sopracciglia e una fluente barba nera. I suoi uomini scesero da cavallo e tolsero le bisacce dalle selle. Il comandante si rivolse a una lastra di pietra e grid "Apriti, Sesamo!".
La roccia si apr rivelando un antro oscuro. Il capo del gruppo entr e scomparve nell'oscurit, seguito da tutti i suoi fedeli. Quando anche l'ultimo fu entrato, la breccia si richiuse.
La roccia si apr nuovamente dopo un po' e la compagnia usc alla luce. L'ultimo uomo grid "Chiuditi!e la parete rocciosa obbed.
??? appena il rumore degli zoccoli scomparve in lontananza, Ali Bab scese dall'albero, si avvicin alla parete rocciosa, grid "Apriti, Sesamoe, con sua grande sorpresa, la porta si riapr. Facendosi coraggio, Ali Bab entr nella caverna.
Alla luce di una lampada di fortuna, le strane forme che aveva intravisto nell'oscurit divennero bauli, forzieri e ceste traboccanti di diamanti, rubini, pregiate pellicce e rotoli di purissima seta. Tutto attorno, poi, si trovavano giare stracolme di oro. Era il rifugio di un ladro, ma non di un delinquente comune: questi briganti, sicuramente, conoscevano bene la magia.
Con le mani che tremavano per l'emozione e la paura, Ali Bab prese una grossa pezza di tela e ne fece un fagotto, dentro il quale nascose numerosi pezzi d'oro; poi ordin alla porta di aprirsi.
Questa, obbediente, si squarci; il boscaiolo corse verso il mulo, e si diresse verso casa.
Dopo questa impresa, Ali Bab avrebbe potuto condurre una vita agiata e senza problemi, ma, sfortunatamente, commise un errore. Prima di seppellire il tesoro dentro al pavimento di terra della sua casa, volle pesarlo e chiese in prestito una bilancia al fratello. Kassim fu molto stupito della richiesta, e nei giorni successivi tempest di domande il povero Ali Bab, che alla fine cedette e gli narr l'intera storia. Il fratello mercante, saputo del tesoro nella caverna, noleggi un cavallo e si lanci al galoppo nella foresta.
Fu l'ultima volta che venne visto vivo. Due giorni dopo, la schiava Morgiana si rec alla capanna del taglialegna per chiedere notizie del suo padrone. Ascolt da Ali Bab la storia, poi disse: "Il mio signore ama l'oro. Sicuramente  andato alla caverna per prendere il tesoro. Perch non  ancora tornato?".
Il tono preoccupato della ragazza indusse Ali Bab a portarsi nella foresta, bench fosse terrorizzato da una simile impresa.
"La tua bont e il tuo coraggio sono superiori a qualsiasi mio meritoesclam commossa Morgiana, dopo essersi prostrata davanti a lui. Poi, alzatasi, aiut il taglialegna a salire sul suo mulo.
Inizi cos il secondo viaggio attraverso la terrificante foresta sino alla roccia incantata. Dentro la grotta giacevano i resti di Kassim, sparsi qua e l fra le ceste dell'oro e dei gioielli. Il mercante si era di certo attardato nella caverna ed era stato sorpreso dai cavalieri, che avevano provveduto a punirlo per la sua audacia. Ali Bab cap che se avesse portato via i resti del fratello i briganti avrebbero capito che qualcun altro era al corrente dell'esistenza della grotta. Questo pensiero lo fece esitare, ma non poteva certo lasciare il corpo di Kassim senza una degna sepoltura, per cui raccolse le membra insanguinate, le mise in un sacco e lasci la caverna.
Quando raggiunse la dimora del defunto fratello con il suo insanguinato e puzzolente carico, e raccont cosa era accaduto, la servit fu sconvolta dalla notizia. La vedova inizi a lamentarsi e a piangere. Morgiana fu la prima a riprendersi: si inchin ad Ali Bab e disse tranquillamente: "Mio signore, se la notizia della triste sorte di tuo fratello dovesse raggiungere il bazaar, verrebbe sicuramente ascoltata da orecchie che sarebbe meglio che rimanessero all'oscuro di tutto. I briganti si metteranno subito alla ricerca dell'uomo che ha sottratto loro il corpo, per cercare di riprendersi l'oro".
Il boscaiolo annu, perplesso. Si trattava di una situazione assai complessa.
"Mio signorecontinu Morgiana. "Dobbiamo dichiarare che  morto di malattia e dobbiamo seppellirlo privatamente. Se lo desideri, posso occuparmi io di tutto". Si mise il velo sul viso e usc.
Al suo ritorno, Morgiana trov il cortile di casa vuoto, fatta eccezione per Ali Bab e il triste fardello che sorvegliava: la vedova di Kassim si era ritirata nelle sue stanze e anche la servit si era allontanata. Morgiana aveva portato con s un uomo con gli occhi coperti da una spessa benda. "Cos non potr mai sapere in quale casa  stato condottosussurr nell'orecchio del padrone. " un calzolaio ed  in grado di ricomporre degnamente il corpo del defunto". Detto ci, riprese la mano dell'uomo bendato, che la segu.
Vennero accese le lampade attorno alla casa e tutti iniziarono a pregare per l'anima del defunto. Con il suo grande ago e con il Filo, il calzolaio ricuc le membra di Kassim, poi Morgiana occult i segni delle suture e avvolse la salma in un sudario di cotone bianco. Alla fine, pag con oro sonante il calzolaio per garantirsi la sua discrezione, gli mise nuovamente la benda sugli occhi e lo condusse al bazaar, dopo avergli fatto fare il giro della citt per confonderlo. Il giorno dopo, la salma di Kassim venne tumulata con tutti gli onori.

Al funerale erano presenti, addolorati, molti suoi colleghi mercanti.
Venne osservato il prescritto periodo di lutto, poi la vita torn alla normalit. Ali Bab, come esigeva la consuetudine, spos la vedova del fratello, e inizi a vivere una vita agiata. La donna non fece obiezioni: il marito era morto e il figlio viveva al bazaar per condurre gli affari di famiglia.
Una sola persona, per, non era tornata alla normale vita: Morgiana, infatti, aveva deciso di sorvegliare la casa, poich
era certa che gli oscuri poteri dei briganti avrebbero causato nuovi lutti e disgrazie ai suoi padroni. Per questo motivo, si rec sempre pi frequentemente a spasso per la citt e, un pomeriggio, ud il calzolaio che parlava della vicenda con uno straniero dall'aspetto ambiguo. Lo sguardo del pover'uomo era fisso nel vuoto, come se fosse stato ipnotizzato. Quella sera, tornando a casa, la donna vide che sulla porta era stato impresso uno strano marchio. Morgiana non sapeva leggere, ma era bravissima a disegnare: in breve riprodusse il marchio su tutte le porte del quartiere. In questo modo, chiunque fosse giunto con cattive intenzioni avrebbe dovuto cercare la vera casa fra decine con lo stesso marchio, tutte simili fra loro: si trattava di un'impresa impossibile, a meno di non sfondare tutte le porte e attirare l'attenzione della guardia cittadina. Anche per questa notte, il suo padrone avrebbe potuto dormire in pace.
Uomo saggio e portato per gli affari, Ali Bab in breve fece prosperare l'attivit commerciale del defunto fratello, guadagnandosi la fama di uomo geniale, ospitale e caritatevole. Non fu quindi sorpreso - anzi fu deliziato - quando, una sera d'estate, un viaggiatore si present alla sua porta con una carovana di asini visibilmente carichi.
Il viaggiatore si present come mercante di olio, giunto per vendere la sua merce in citt. Le taverne erano piene, afferm. Poteva chiedere ospitalit al famoso Ali Bab?
L'ospitalit venne subito concessa e il padrone di casa supervision personalmente lo scarico delle pesanti sacche colme d'olio. Poi invi gli schiavi a preparare un bagno e un sorbetto rinfrescato con la neve che veniva dalle montagne. Infine chiacchier con l'ospite, stringendogli la mano e affermando che era onorato di ospitarlo nella sua umile casa.
Morgiana osserv con attenzione questa attivit, allontanandosi persino dai suoi abituali compiti. Il visitatore era un individuo che non aveva mai visto prima d'ora: era alto e robusto, con un profilo aquilino e lo sguardo acuto e penetrante. Si avvicin quindi al suo padrone e gli sussurr in un orecchio: "Mio signore, i briganti sono sicuramente in grado di trovare quello che stanno cercando. Non hai, per caso, gi visto questo individuo nella foresta?". Ali Bab scosse per la testa e allontan la donna, temendo di essere scortese nei confronti dell'ospite. Prese con s il viaggiatore e lo condusse, sempre chiacchierando, nella frescura offerta dalla casa.
Morgiana non era per nulla soddisfatta, e inizi a sorvegliare con attenzione il magazzino presso la cucina dove erano state deposte le sacche colme di olio. Per caso ne tocc una e, dal suo interno, giunse una voce soffocata. " ora?".
La donna si riprese immediatamente dallo stupore, poi sussurr a bassa voce, sperando di non essere riconosciuta "No". Poi tocc tutte le altre sacche e ripet il medesimo discorso. Non c'era olio, ma un'orda di briganti pronta a mettere a ferro e fuoco la casa.
La donna decise rapidamente. Torn in cucina e mise a bollire un calderone colmo di olio. Quando il denso liquido inizi a bollire, lo travas in una giara e si rec dai briganti. Sussurr una preghiera sulla giara colma di olio bollente, poi vers il liquido nella stretta apertura della prima sacca. Un attutito grido di dolore scatur dal suo interno, come l'olio bollente giunse a segno. In un istante, la sacca inizi a muoversi, ma non si apr: l'incantesimo del capo dei briganti la teneva chiusa sino a un suo preciso ordine. La donna torn nella cucina, riemp nuovamente la giara e ripet l'operazione per tutte le sacche. Poi, quando l'ultimo brigante pass a miglior vita, Morgiana si mise il velo, si ritir nell'oscurit e attese.
Giunse la mezzanotte. Scatt una serratura. Due piedi si mossero con passi felpati sul lastricato di pietra, e l'ospite di Ali Bab raggiunse le sacche. Non era pi il mercante che si era presentato alla porta, ma il losco individuo che aveva interrogato il ciabattino. Annus l'aria della notte, poi si avvicin alla prima sacca e sussurr: "Apriti, Sesamo!".
La sacca di cuoio si apr e cadde a terra, rivelando un cadavere orribilmente sfigurato, con gli occhi bruciati, il volto coperto di ustioni, la mano bollita e una spada ancora calda. Il brigante apr tutte le sacche, e lo spettacolo che si trov ad ammirare fu il medesimo: c'era solo morte. Indispettito, si guard attorno, cercando un avversario da affrontare, e Morgiana rimase immobile nell'ombra. Il brigante, per, sembrava privo di iniziativa, ora che i suoi uomini erano morti e il suo piano era andato in fumo: il suo corpo sembr divenire evanescente e, come un'ombra, percorse il cortile, scal una delle mura perimetrali e scomparve.
Morgiana mostr al suo padrone i corpi e disse che era riuscita a fermare la banda di assassini che si era introdotta nella casa per vendicarsi. Per ringraziarla di quanto aveva compiuto, Ali Bab le don la libert e una ricca ricompensa. La donna accett l'oro, ma decise di rimanere a servizio nella casa, dove continu la sua instancabile opera di sorveglianza.
Per un certo periodo di tempo, anche Ali Bab rimase all'erta; dopo tutto, un uomo cerca sempre di proteggere la propria vita. Ma le settimane passavano senza che accadesse nulla di sospetto. L'estate si trasform lentamente in autunno, mentre il vento freddo giungeva dalle montagne e l'inverno iniziava ad avvicinarsi. In una fredda sera, Ali Bab era nella sua casa a godersi il tepore del fuoco, quando uno straniero giunse alla sua porta. Era un individuo che aveva una raccomandazione personale del figlio del defunto Kassim. Il giovane voleva fare festa a un mercante itinerante, ma i suoi appartamenti al bazaar erano adatti solamente a condurre gli affari. Per questo motivo delegava questo compito al suo padre adottivo.
Reso prudente dall'esperienza passata, Ali Bab chiam immediatamente Morgiana che interrog il giovane Figliastro per avere notizie dell'ospite. Il giovane Kassim, per, non seppe dire molto: sapeva solo che era molto ricco, che aveva proposto ottimi affari e che aveva fornito buone credenziali. La donna aggrott le sopracciglia, ma acconsent a preparare la cena e scomparve in cucina per sovrintendere alle operazioni di rito.
L'ospite, purtroppo, sembrava non gradire il cibo. Non era tentato n dal tenero agnello addolcito dai pistacchi, n dalle colombe, e neppure da ogni altro succulento cibo che gli era stato preparato. Ogni volta che giungeva un nuovo piatto lo rifiutava, scusandosi con il fatto che il suo medico gli aveva prescritto di non mangiare assolutamente nulla che contenesse anche solo un granello di sale.
Ali Bab ordin di preparare altri piatti, senza preoccuparsi eccessivamente della questione, ma Morgiana inizi a preoccuparsi. Mangiare il sale in casa di una persona significava offrire una prova di amicizia. Un rifiuto, nel migliore dei casi, era interpretato come una prova di neutralit... se non peggio! Lo straniero sembrava molto anziano, ma il capo dei briganti era in grado di cambiare le sue sembianze senza alcuna difficolt. Quando poi l'uomo si volt verso di lei per ringraziarla, Morgiana intravide per un attimo il prfilo aquilino e i suoi occhi, e in un istante comprese che era lui!
Non disse nulla a nessuno ma, quando la cena ebbe termine e i tre uomini si accomodarono sui cuscini per fumare dai narghil, Morgiana chiam un giovane con un tamburello e si offr di danzare per l'ospite. Ali Bab sorrise e si accomod placidamente sui suoi cuscini godendosi lo spettacolo.
Il tamburello inizi il suo ritmico suono, mentre i bracciali di Morgiana tintinnavano a ogni mossa aggraziata che la giovane eseguiva con superba maestria, e i veli dell'abito svolazzavano armonicamente creando incredibili disegni. Nella mano stringeva un pugnale afflatissimo, poich stava eseguendo una sorta di danza di guerra molto nota in quel paese. Gli uomini battevano le mani per dare il ritmo e osservavano con attenti occhi da esperti.
La danzatrice minacci con il pugnale i tre ospiti, come richiedeva la danza: la lama si ferm a pochi millimetri dalla gola di Ali Bab, e questi rise felice. Sfior il giovane Kassim, che in cambio le invi un bacio, e si avvicin alla gola dell'ospite. Prima che questi potesse muoversi, la lama affilata gli tagli la gola con un colpo deciso.
L'ospite cadde a terra, sputando sangue e agitando le braccia, e tutti poterono vedere il lungo stiletto che aveva nascosto in una manica. La barba sembr fondersi con il volto e apparve la faccia con il profilo aquilino del capo dei briganti. Anche questo ultimo tentativo di vendicarsi era miseramente fallito.
La storia ebbe quindi una felice conclusione. Ali Bab, ormai senza pi nemici, condusse una vita lunga e prospera, anche grazie all'oro che pot sottrarre senza pi pericolo dalla caverna del suo defunto avversario. Diede in sposa la fedele Morgiana al figliastro Kassim e la donna che un tempo era stata schiava govern la casa con perizia e generosit. L'unico suo difetto  che fu sempre diffidente verso gli stranieri e gli ospiti di ogni genere.


Capitolo Tre.
Braccia possenti e Cuori Saldi.

Gawain delle Orcadi, Cavaliere della Tavola Rotonda, era sicuramente il fiore all'occhiello della cavalleria britannica: i Gallesi lo chiamavano anche Gwalchmei, o Falco di Maggio, e Gwalchgivy, Falco Bianco, per onorare il suo valore. Si narra che, al momento della sua nascita, il sole stesso gli abbia sorriso. In realt, Gawain era solo un uomo, e come tale era vulnerabile alle armi della magia che gli abitanti del popolo fatato erano soliti usare. Una volta venne persino intrappolato da un incantesimo, poich aveva rifiutato a un membro del popolo fatato gli onori che gli spettavano.
Questa vicenda avvenne durante una cerca cavalleresca: assieme a trenta cavalieri di re Art, stava viaggiando per trovare il mago Merlino. L'anziano consigliere del re era scomparso ancora una volta, e secondo alcuni si trovava nelle mani del popolo fatato. Dopo alcune settimane, i cavalieri si separarono per poter coprire un'area pi vasta e trovare Merlino in minor tempo. Fu cos che Gawain entr da solo nella foresta fatata di Brocliande. Il valoroso cavaliere pensava che in questa antica e maestosa foresta, patria e dimora di molti esseri che una volta camminavano nel nostro mondo, sarebbe stato possibile trovare il mago.
Brocliande era considerata dalla tradizione popolare un luogo maledetto, dove centinaia di occhi sorvegliavano chiunque entrasse, silenti mormorii segnalavano cosa stava accadendo e invisibili guardiani seguivano gli intrusi.
In questa ridente mattina d'estate, per, la foresta era tranquilla.
Con difficolt Gawain si accorse che il mattino stava svanendo e non riusc neppure a stabilire con certezza quando i raggi del sole, che penetravano a fatica attraverso il fitto manto di foglie, divennero delle colonne di luce perfettamente verticali. Era mezzogiorno, ovvero quell'istante in cui il mattino  ormai passato ma non  ancora iniziato il pomeriggio; era un periodo che, come la mezzanotte, era denso di oscuri significati, poich permetteva alle creature che popolano l'altro mondo di manifestarsi liberamente nel nostro.
Infatti, una di queste creature stava proprio viaggiando lungo il percorso seguito da Gawain, volando attorno ai tronchi degli alberi secolari ed entrando e uscendo dalle meravigliose colonne di luce che toccavano terra. Era una giovane e alta creatura, pallida e slanciata come una betulla, vestita con un verde abito da viaggio che fluttuava attorno a lei cos delicatamente che parevano foglie danzanti nel vento. I color, simili a quelli della foresta, la facevano sembrare uno spirito degli alberi, appena liberato da una radice per ballare al sole di mezzogiorno. Il destriero di Gawain scosse la testa e fiss l'apparizione, ma il cavaliere prosegu senza distrarsi lungo la sua strada.
Una vocina, simile al tintinnio di una campanella, lo ferm: "Cavaliere! Stai attraversando la mia dimora e non mi ringrazi neppure?". Gawain si guard attorno, e vide la donna fatata presso il sentiero, tranquillamente appoggiata a un albero.
"Signoraesord imbarazzato. "Non ti avevo vista".
Come risposta, la donna gli lanci un'occhiata fredda e calcolatrice, seguita poi da un improvviso sorriso, che non prometteva nulla di buono.
"Davvero? Un cavaliere di re Art che non nota una damigella? Mi sembra, piuttosto, che dovresti andare a scuola di buone maniere. Dovrai vivere la vita di un'altra creatura, prima di provarmi che mi sono sbagliata nei tuoi confrontiesclam la donna fatata, mentre scompariva fra le foglie.
"Che genere di vita?domand Gawain all'aria.
"Quella della prossima creatura che incontrerai sulla tua stradafu la risposta che gli giunse dal bosco.
Gawain sent un brivido lungo la schiena: forse sarebbe stato costretto a vivere come un tasso sotto terra, o come un topo d'acqua presso una sorgente, oppure come un animale da preda, un cervo, un cinghiale o una lepre. In ogni caso, non aveva possibilit di scegliere: doveva andare avanti e incontrare il suo destino.
La sua nemesi giunse fin troppo presto. Poco lontano dal sentiero, un nano sedeva su una grossa pietra. Fiss Gawain con i suoi occhi, e questo fu tutto ci che il cavaliere vide prima che il mondo gli esplodesse attorno. Il suo cranio e il torace divennero opprimenti, le sue dita si incurvarono e un terribile dolore gli corse lungo le gambe. Le foglie sopra di lui sembrarono di colpo impazzire, mentre la vista si annebbiava.
Quando riprese i sensi si ritrov seduto presso il sentiero e not subito le sue corte e storte gambe. I suoi occhi ubbidirono stancamente alla sua volont, e fissarono i piedi deformi. Dalla gola si lev una voce che non gli era familiare e che esclam disperata: "Sono diventato un nano! Adesso potr essere utile solamente come giullare di corte!".
"Purtroppo, mio signore, temo che le cose stiano appunto cos. Io ho subito questo incantesimo per lungo tempo, e ora  il tuo turno. Adesso sono libero". La risposta giunse da un giovane e prestante individuo che si trovava di fronte a Gawain. Bastava un semplice sguardo per capire che era di nobili natali.
Gawain sospir. "Conosci re Art e la sua corte?domand, appena ripresosi dall'emozione.
"Certamentereplic lo straniero.
"Allora, per favore, v dal re a nome mio e narragli quanto  accaduto. Digli che non mandi nessuno a cercarmi. Torner se sar in grado di trovare il sistema per liberarmi da questo incantesimo".
Gawain si gir poi per cercare il cavallo, ma anche questo si era magicamente rimpicciolito, sino a divenire un piccolo pony. Con le gambe corte e storte era difficile salire anche su un pony, ma il cavaliere non si perse d'animo. Riusc a issarsi sulla sella e spinse la cavalcatura verso il cuore della foresta, dove sicuramente avrebbe dovuto superare delle prove.
Per molto tempo la foresta ignor la sua presenza. Lo sventurato continu a cavalcare, fermandosi solamente per bere da una sorgente o per cacciare. Giunse la notte e si accamp sotto un albero cos frondoso che non si riuscivano neppure a vedere le stelle.
Il viaggio di Gawain dur sette giorni e, all'ultima sera, si ferm per abbeverare il cavallo. Il denso fogliame delle querce formava una sorta di tetto sopra la sorgente e, dal verde, giunse un sospiro.
"Salute, straniero". Le parole echeggiarono tristi nell'aria.
"Chi sei?".
"Mago Merlino, colui che fece diventare Art il re della Britannia".
"Merlino, sono Gawain. Aiutami, ti pregogrid il nano. Sembrava che la voce giungesse direttamente dall'albero.
C'era una nota di profonda tristezza nella voce che rispondeva alla sua supplica: "Sir Gawain tu, devi aiutarmi".
Il cavaliere esit, silenzioso, e Merlino continu: "Racconta al re che il popolo fatato mi ha catturato. Con i loro incantesimi mi hanno imprigionato in questa quercia. Digli di stare attento alle donne fatate, perch  stato il mio amore per una di loro a ridurmi cos".
"Signore, quando potrai tornare fra noi?".
"Non torner mai pidisse tristemente Merlino "e non potr pi parlare con un essere umano. Addio, Gawain, ultimo della mia gente ad aver udito la mia voce".
Le lacrime riempirono gli occhi di Gawain, mentre la voce assumeva un tono di morte: era la fine della ricerca. Avevano fallito. Merlino lott ancora una volta per parlare.
"Se vuoi tornare nelle tue sembianze, ricorda di affrontare da vero uomo la prova che ti si parer innanzi". Poi il vento inizi a ululare e le foglie della quercia stormirono, azzittendo il vecchio mago. Gawain tocc il tronco, ma era duro e inerte come qualsiasi altro albero, e non riusc a percepire alcuna presenza umana. Attese ancora un poco, poi rimont in sella e si avvi incontro al suo destino.
Passarono una notte e un mattino, poi un grido disperato echeggi nel bosco. Il cavaliere trattenne il pony e attese che il grido si ripetesse, poi lo lanci nella giusta direzione. Arriv trafelato in una radura, dove una disgustosa scena gli si par innanzi agli occhi.
Appoggiata a un albero, stava una fanciulla: sicuramente era la figlia di un boscaioloo di un carbonaio, poich era vestita con una rozza tunica e ai piedi aveva sandali di legno. Due cavalieri, uomini enormi, ripugnanti e sghignazzanti, in maglia di ferro e con la sopravveste stracciata, erano ai suoi fianchi: uno l'aveva afferrata per i capelli, l'altro per la tunica. Le ragazze del popolo erano spesso vittima dei cavalieri senza padrone, veri e propri briganti che si aggiravano nelle aree pi desolate. Le intenzioni dei due miserabili erano sin troppo chiare.
"Lasciatela stare!grid Gawain con la sua vocina da nano. I due, stupiti, lasciarono andare la ragazza e si girarono velocemente. Avevano trovato un passatempo pi divertente. Lentamente, si avvicinarono a Gawain.
"Guardadisse il primo. "Un brutto rospo che si  travestito da uomo".
"Un pigmeo che gioca a fare il cavaliere con un cavallo da bambinireplic il secondo. "Ora, pulce, ti insegneremo a non disturbare chi  migliore di te". Con un pugno fulmineo scaravent gi dalla sella il povero Gawain. Il pony sussult.
Stordito, il nano si trov disteso per terra, con la bocca piena di terra e l'eco d una risata che aleggiava sopra la sua testa. Un piede calzato di ferro gli sferr un doloroso calcio in un fianco, e la risata diven ne ancor pi allegra. Il piede colp ancora, mentre la rabbia e la vergogna esplosero nel cuore del nano, trasformandosi in una furia fredda e calcolatrice. Gawain rotol assecondando il terzo calcio; mentre si alzava in piedi, sguain la spada.
I suoi aggressori scoprirono i denti come se fossero lupi, poi si prepararono allo scontro. Quando si avvicinarono, Gawair era pronto.
Cosa poteva fare un nano per combattere alla pari contro due giganti? Gawair sferr un affondo appena sotto l'anca, prprio dove la corazza lasciava un punto scoperto. Fortunatamente, i suoi muscoli non si erano indeboliti con il rimpicciolimento e la sua abilit con la spada era pressoch immutata. La lama tagli i muscoli della gamba di uno degli avversari come se fossero burro e arriv a graffiare il femore. L'uomo colpito lanci un grido di sorpresa e di dolore, e cadde addosso al suo compagno. Veloce come un fulmine, il nano colp ancora, ferendo all'addome il secondo avversario. Poi, mettendosi al di fuori della loro portata, gir attorno alla coppia in attesa di trovare un'apertura nella loro difesa.
I due malviventi erano individui abituati a predare, pi che ad affrontare un vero scontro alla pari. Gawain continu la sua azione, colpendoli pi volte.
Una voce dal nulla esclam: "Cos sia! La prova  finita. Il nano possiede il coraggio di un uomo e il cuore di un falco".
I cavalieri svanirono, e Gawain si trov a combattere contro l'aria.
Le parole, sembravano venire dalla fanciulla che i due cavalieri stavano insidiando, e che nel frattempo aveva mutato sembianze. Ora il nano non vedeva pi la figlia di un carbonaio o di un boscaiolo, bens la dama vestita di verde che aveva incontrato otto giorni prima.
"Valoroso cavalieredisse questa. "Hai difeso una fanciulla in pericolo. I miei simili ricorderanno questo tuo gesto e ti chiameranno se saranno in pericolo. E tu, intanto, ricorderai i poteri che abbiamo utilizzato per trasformarti".
Il cavaliere si inchin alla dama che si allontanava fra gli alberi e, in un istante, torn al suo vero aspetto, assieme al cavallo. L'avventura ebbe un lieto fine.
Spesso gli incontri dei mortali con le creature appartenenti al popolo fatato non sono altro che contatti strani, a volte contraddittori, sempre comunque insoliti, con un mondo che si trova aldil del nostro.
Le creature appartenenti alle antiche razze aiutavano talora gli esseri umani; altre volte, invece, li ostacolavano in tutti i modi possibili. Le sfide che questi lanciavano ai nostri antenati, in effetti, erano vere e proprie prove nei nostri confronti.
In molti casi, queste prove erano rivolte a singole persone. In Britannia, per esempio, viene narrata la storia di Pollicino. Era il figlio di una famiglia di agricoltori che desideravano un figlio al punto di affermare che sarebbero stati felici anche se questo "non fosse stato pi grande di un pollice". Il popolo fatato accontent i contadini e, dopo nove mesi, nacque Pollicino. Era chiaramente il risultato di un malvagio scherzo, perch non riusc mai a diventare pi alto di sette o otto centimetri.
Il bambino, comunque, fu amato dai genitori, e ci che gli mancava in altezza fu presto compensato dall'intelligenza e dal coraggio. Riusc persino a guidare il carro del padre stando appeso all'interno dell'orecchio del cavallo e impartendo gli ordini con la sua flebile voce. Un giorno, narra la leggenda, un giocoliere vide questo prodigio e si offr di acquistare il ragazzo per esibirlo alle fiere. Contro la volont di Pollicino, il padre concluse la vendita, in cambio di una somma di denaro di tutto rispetto, e il giocoliere mise il ragazzo nel cappello e si avvi per la sua strada. Il ragazzo, per, non voleva vivere con il giocoliere, e scapp una notte da un foro che i topi avevano praticato nel muro della casa dove dormiva il suo padrone. Viaggi per alcuni giorni attraverso i campi, sino a quando giunse nuovamente a casa.
Alcune leggende narrano di ragazzi e ragazze che abitavano in sperduti villaggi e che si trovarono a interagire con alcune creature appartenenti al popolo fatato. In Turingia e nella bassa Sassonia, per esempio,  ancora vivo il ricordo di Madre Holle, mezza dea e mezza fata, talvolta amica degli esseri umani, talvolta dispettosa e crudele. Era considerata una sorta di patrona della filatura e proteggeva la coltivazione del lino; al tempo stesso, per, era solita rapire i neonati non ancora battezzati. Secondo alcuni, Madre Holle cavalcava nel cielo e, quando sprimacciava i cuscini di piuma, faceva nevicare; altri, invece, sostenevano che le fontane e i pozzi erano le porte che conducevano al regno sotterraneo in cui governava. Se qualcuno si avventurava nel suo regno e la rendeva felice, poteva essere ricompensato con incredibili ricchezze, ma chiunque la irritasse veniva punito con gravi mutilazioni o veniva ricoperto di letame e di altre porcherie.
Quando gli esseri umani combattevano contro il popolo fatato, comunque, tutta la popolazione poteva subire gravissime conseguenze.
Un conflitto di questa portata scoppi una volta nel Galles sud occidentale. Tutto inizi nel regno di Dyfed, una regione montuosa e ricca di fiumi, dove i raccolti erano abbondanti e la popolazione prosperava felice.
Un giorno, due uomini tornarono nel Dyfed: erano due guerrieri che, per anni, avevano combattuto in Irlanda, dove si erano coperti di onore e di ferite. La guerra era stata cos furiosa che solamente in sette erano riusciti a tornare in Britannia, bench l'esercito, alla partenza per l'eroica impresa, fosse forte di migliaia di guerrieri. Il pi giovane dei due era il re del Dyfed e si chiamava Pryderi; l'altro era un suo parente acquisito (doveva sposare Rhiannon, la madre di Pryderi, rimasta vedova): si chiamava Manawyddan ed era uno dei figli del mitico Llyr.
I due, dopo anni di tribolazioni, cercavano solamente un poco di pace. Pryderi voleva solamente tornare a vivere con la moglie Kigva, che a quei tempi abitava nella fortezza con Rhiannon. Questa era una donna appartenente al popolo fatato che, molti anni prima, aveva abbandonato le sue terre per sposare Pwyll, il padre di Pryderi. Alla morte di Pwyll, Rhiannon era ancora una donna bellissima e il figlio, come la tradizione consentiva, l'aveva promessa in sposa al suo parente.
I due attraversarono i passi montuosi e giunsero alla verde vallata del Dyfed: era autunno e ovunque si vedevano i campi di grano che splendevano d'oro; i meli erano carichi di frutti; ovunque la sua gente si stava riunendo per il raccolto. Pryderi venne subito riconosciuto e la notizia del suo ritorno corse avanti a lui, passando da fortezza a villaggio, da castello a citt. Quando giunsero in prossimit della sua fortezza, molta gente si un a lui per accompagnarlo in processione verso casa e rendergli onore.
Il suo castello era una fortezza inespugnabile, posta sulla cima di una collina e circondata da fossati e palizzate: le grandi porte di quercia si aprirono per dargli il benvenuto, mentre dalle cucine veniva il profumo del cibo che veniva cotto per festeggiare il suo ritorno. Davanti alla porta stava Kigva, maestosa e in silenzio, come si conviene alla moglie di un grande guerriero, ma con un grande sorriso che esprimeva tutta la sua gioia. Rhiannon era alle sue spalle.
La donna, non pi giovane, aveva i lunghi capelli color dell'argento, ma era bellissima come in giovent. Si diceva, non senza torto, che gli appartenenti al popolo fatato invecchiassero pi lentamente e in maniera meno evidente dei comuni mortali, anche se avevano rinunciato ai loro poteri fatati per vivere nel mondo degli uomini.
Quel giorno, e quelli che lo seguirono, furono pieni di gioia e allegria, e nessuno avrebbe mai potuto sospettare che l'oscurit stava per abbattersi su di loro. Rhiannon accett con gioia Manawyddan come legittimo consorte, come desiderava Il figlio, anche perch troppo a lungo era rimasta sola. Il valoroso guerriero aveva i capelli bianchi come lei ed era un uomo silenzioso, ma era una persona cos gentile che la conquist subito. Dal canto suo, Manawyddan, fresco di battaglie, lutti e ferite, si consider l'uomo pi felice e fortunato del mondo.
Dopo il matrimonio, le due coppie festeggiarono a lungo, parteciparono a numerose battute di caccia e percorsero in lungo e in largo il Dyfed. In quell'autunno, narrano le cronache, la terra fu oltremodo generosa: i fiumi erano pieni di ottimo pesce, mentre nella foresta abbondava selvaggina di ogni genere. Secondo le antiche tradizioni, la prosperit era strettamente legata al favore che gli dei concedevano ai sovrani, e la cosa fu considerata di ottimo auspicio. Presto tutti conobbero le due coppie: Pryderi e Kigva erano giovani e pieni di energia, mentre Rhiannon e Manawyddan mostravano al mondo gioia e serenit non comuni.
Una sera, tuttavia, dopo che era finita la festa, e la servit si era ritirata a mangiare nei suoi quartieri, Manawyddan divenne improvvisamente irrequieto. "Mia signoraesord, sorridendo a Rhiannon, "Mostrami,, per favore, la porta attraverso la quale sei entrata nel nostro mondo".
"Non  prudente, mio signorereplic la donna "il popolo fatato, in questo momento, non ci  affatto amico".
Suo figlio Pryderi, per, era di tutt'altro avviso. Si alz in piedi, impartendo ordini ai suoi dignitari, e in breve le due coppie lasciarono il tepore della sala per cavalcare sino al Qorsedd Arbeth, il Tumulo di Arbeth, una bassa e verdeggiante collinetta, circondata da un fitto bosco, che sorgeva poco lontano dalla fortezza. Non aveva particolari segni e non era bella, ma era avvolta da un alone di mistero: il popolo del Dyfed narrava che, se un uomo di sangue reale si fosse seduto sulla collina, avrebbe ricevuto una terribile ferita o una meravigliosa visione, come se il contatto con la terra avesse aperto una porta invisibile per il mondo che si trova accanto al nostro. In effetti, molti anni prima Pwyll, padre di Pryderi, si era seduto sulla collina e aveva evocato dall'altro mondo Rhiannon, perch vivesse come sua sposa e regnasse al suo fianco.
I quattro cavalcarono sino alla cima della collina, e qui fermarono i cavalli. Tutto attorno regnava il pi assoluto silenzio. In lontananza, oltre le foglie degli alberi, si vedevano le luci della fortezza e si udivano le voci attutite delle guardie che dagli spalti segnalavano l'ora, scandendo l'antico rituale "sono le dieci e tutto va bene!". Sul tumulo, per sembrava che ogni forma di vita si fosse magicamente arrestata. I cavalli si scossero e fecero tintinnare le briglie, poi scartarono di lato lanciando rumorosi sbuffi, che si condensarono in dense nuvole di vapore al chiaro di luna. Non era certo un posto per creature mortali.
"Andiamocene da quiesord Rhiannon. "Questo luogo non  sicuro per noi". Manawyddan assent con il capo e si volse verso Pryderi per segnalare che dovevano allontanarsi. Prima di ricevere una qualsiasi risposta, per, il fragore del tuono echeggi fra le stelle. Come per rispondere al tonante messaggio, una fitta, freddanebbia inizi a salire dal tumulo inghiottendo dapprima i cavalli e poi cavalieri. La luna e le stelle scomparvero. La nebbia era cos fitta che i quattro non potevano neppure vedersi fra loro. Manawyddan prese per mano Rhiannon poi chiam gli altri due compagni. Quando questi risposero, disse loro d fermarsi l, perch se si fossero mossi si sarebbero certamente persi.
I quattro cavalieri attesero,mentre la ribollente nebbia, che proveniva da un altro mondo, con tinuava ad avvolgerli sino a quando i tuono non feo





















2Hi













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Raggiunta l'Inghilterra, i quattro esiliati iniziarono a lavorare come artigiani,. dapprima come sellai, poi come calzolai e fabbricanti di scudi. La minaccia depopolo fatato, per, li seguiva ovunque, e dovettero quindi fare ritorno nel^Dyfed.

nuovamente sentire la sua voce. Alla fine il fragore del tuono scosse nuovamente la notte e la nebbia inizi a diradarsi, rivelando un cielo mattutino su un mare di nebbia bianca. Poi sorse il sole, la nebbia scomparve definitivamente e i quattro fecero rapidamente ritorno a casa.
Sembrava che il paese che stavano attraversando fosse stato privato di ogni forma di vita umana.
"Dove una volta si potevano ammirare gli armenti e le greggi al pascoloscrivono le antiche cronache del Mabinogion, "i quattro non videro nulla: nessun animale, non un'anima viva, niente fumo, niente fuoco. Erano rimaste solo le fredde mura prive di uomini e di animali".
Senza parlare, i quattro eroi scesero dal Gorsedd Arbeth, attraversarono il bosco che li divideva dalla fortezza di Pryderi ed entrarono nel castello. Non c'erano guardie alla porta o sugli spalti, e nessun compagno di caccia o guerriero li attendeva. Cercarono ovunque, poi si riunirono nella grande sala. Pryderi accese il fuoco, poich non c'erano pi servi a farlo dietro suo ordine. Il silenzio, era impenetrabile.
"Che razza di nemico  riuscito a combinare tutto questo danno fra la nostra gente?domand Pryderi alla madre. Rhiannon non rispose, e si limit a scuotere tristemente il capo: era passato troppo tempo da quando si era allontanata dal popolo fatato e non poteva sapere nulla a proposito di quanto era successo.
"Siamo vittima di un incantesimo. Come possiamo vincerlo e liberare il nostro popolo?domand ancora il figlio.
Rhiannon non seppe cosa rispondere e sconsolata, si volse verso il marito.
"Aspettiamo di vedere un segnorispose Manawyddan. "Non possiamo combattere un nemico ignoto sino a quando non si rivela".
Fu cos che attesero a lungo nella sala silenziosa. In quei giorni si comportarono come persone normali e non come nobili. Manawyddan e Pryderi procurarono il cibo cacciando e pescando, mentre Kigva e Rhiannon preparavano e cuocevano la selvaggina. Talora si allontanavano tutti e quattro a cavallo in cerca di altra gente, ma il Dyfed pareva deserto.
Passarono alcuni mesi, i venti cominciarono a farsi sempre pi freddi e forieri di un rigido inverno, ma non fu possibile trovare altri esseri viventi nel regno. Manawyddan prese il coraggio a due mani ed esord: "Dobbiamo lasciare questo posto e viaggiare in incognito, cosicch nessun nemico possa rintracciarci e continuare a tormentarci".
Cos fecero. Le cronache narrano che i quattro andarono in esilio in Inghilterra, viaggiando sotto mentite spoglie e raccontando di essere due artigiani itineranti con le loro mogli. Si fermarono in piccoli villaggi, dove si guadagnarono da vivere con il lavoro. Iniziarono a fare i sellai, e approntarono meravigliose selle smaltate di blu, le pi belle che mai si fossero viste in Inghilterra. Poi costruirno scudi e, infine, ottime scarpe rifinite con fili d'oro. Ogni volta, per, erano costretti ad allontanarsi, poich sentivano che il malefico sguardo del loro ignoto nemico era sempre posato su di loro.
Alla fine, stanchi di fuggire, tennero consiglio e Manawyddan disse che dovevano tornare nel Dyfed e farla finita una volta per tutte. Acquistarono una muta di cani e un carico di grano, poi valicarono le montagne e tornarono in patria, percorrendo nuovamente in lungo e in largo una terra priva di esseri umani.
Giunsero infine nuovamente alla fortezza che sorgeva presso Arbeth. Per quanto avessero cercato di liberarsi, l'incantesimo li aveva costretti a tornare.
Trovarono che non era cambiato quasi nulla: la polvere si era deposta sulle tavole, mentre le foglie secche erano entrate dalle finestre e ora si trovavano sul pavimento. Le volpi avevano frequentato la cucina e i ratti avevano fatto il loro nido nei pagliericci dei letti. Le donne iniziarono a sistemare i letti, e le coperte, non appena scosse, lasciarono cadere nuvole di porcherie di ogni genere.
Il ritorno a casa aveva tuttavia messo di buon umore sia Pryderi che Manawyddan, che in breve sistemarono tutta la fortezza, ripulendola e rendendola nuovamente abitabile. Poi misero il grano nel magazzino e sistemarono i muli nelle stalle che una volta avevano ospitato i destrieri. Al calare delle tenebre, portarono i cani nella fortezza perch non prendessero freddo, poi chiusero le porte della fortezza.
Ricominciarono a vivere di caccia e pesca, mentre i giorni passavano senza che si verificasse alcunch di strano. I quattro, per, si trovavano troppo vicini al loro sovrannaturale nemico, perch tutto filasse liscio per troppo tempo.
Un giorno, infatti, capit che Pryderi e Manawyddan si trovassero a cacciare con i cani un cinghiale bianco, che venne messo alle strette in un punto non lontano dalla fortezza. I cani iniziarono ad attaccarlo e la bestia, rendendosi conto di essere ormai in trappola, si volse verso i suoi catturatori: i suoi occhi brillavano di una luce ultraterrena e le lunghe zanne erano snudate al vento.
Raschi il terreno con le sue zampe ed emise un acutissimo grido. I due cacciatori, spiedo alla mano, si avvicinarono per sferrare il colpo mortale, ma la bestia riusc magicamente a fuggire prima che potessero prendere la mira. I due inseguirono il cinghiale sino ai limiti della foresta, dove questo scomparve inseguito dai cani.
Si lanciarono fra gli alberi e, poco dopo, scoprirono una radura che non avevano mai notato. Nel mezzo si trovava un palazzo, non una fortezza di legno, ma una costruzione di solida pietra con alte e aggraziate torri a spirale. La porta era aperta, e appena oltre la soglia si poteva vedere una gorgogliante fontana, sopra la quale era appeso un calderone di oro massiccio. Pryderi varc stupefatto la porta, pervaso dall'irresistibile desiderio di toccare il manufatto d'oro.
"Pryderi, non andare!grid il suo compagno. "Questo luogo non  stato creato da esseri umani".
Il giovane non replic. Sembrava quasi che non avesse udito la raccomandazione. Muovendosi rigido come una bambola, raggiunse il calderone e lo tocc. Di colpo sembr congelarsi, mentre le sue mani non si staccavano pi dall'oro e le sue labbra si muovevano senza emettere suono.
Manawyddan non abbandon Pryderi sino al tramonto: attese presso la porta, tenendo stretta nella mano la sua lancia e scrutando attorno in attesa dell'invisibile nemico. Non venne nessuno. Al calare delle tenebre giunse alle sue spalle Rhiannon, condotta sul luogo dalla forza dell'istinto materno.
"Dov' mio figlio?".

Manawyddan indic lo sventurato, che sembrava immobile / come una statua, e la donna, infuriata, gli rivolse dure parole. "Sei stato un cattivo compagno per mio figlio, marito, e cos hai permesso che un valoroso guerriero venisse catturato!". Senza profferire un'altra parola, Rhiannon corse sino al calderone, e venne immediatamente imprigionata. Il fragore del tuono scosse i cieli e la nebbia sorse dal terreno. Quando si dissolse, del palazzo non c'era traccia.
Era ormainotteinoltrata quando Manawyddan torn alla fortezza da Kigva e le raccont cosa era accaduto. La donna emise un flebile lamento, poi si chiuse in un assoluto mutismo e si limit a scrutarlo con occhi spaventati.
Il saggio tranquillizz la fanciulla. "Ti protegger io. Ora sei mia figlia, proprio come prima lo eri per Rhiannon".
"Come faremo a liberarli?domand Kigva, terrorizzata. "Per quanto tempo possono vivere due persone in una landa deserta?"
"Coltiveremo il frumentorispose il guerriero. " la giusta stagione".
Piantarono il frumento e attesero che spuntassero dal terreno le dorate spighe. Giunse la stagione del raccolto e ancora una volta le forze oscure si manifestarono per infierire sui due sopravvissuti. Una mattina, Manawyddan scopr che un campo di grano era stato depredato e nulla era rimasto intatto. Quella notte, attese che Kigva si addormentasse, poi si mise di guardia all'altro campo.
Torn a casa dopo qualche ora, svegliando la fanciulla: nella mano teneva il suo guanto di cuoio, dentro al quale qualcosa si muoveva freneticamente
"Ecco la prigione per un topoesord. Era uno dell'esercito di ratti che questa notte ha fatto scempio del nostro grano, ma era pi grasso e pi lento degli altri, e cos ho potuto catturarlo senza problemi."
"Mio signore, cosa hai intenzione di farne?"
"Intendo impiccarlo. Questa  la pena per i ladri."
"Mio signore, impiccare un topo non  degno del tuo onore"
"Nonostante questo, io lo impiccher! Dopotutto  il primo soldato dell'esercitodi nemici che riesco a vedere e catturare.
Era ormai l'alba quando Manawyddan sal sul Gorsedd Arbeth sino all'invisibile porta che permetteva di entrare nel mondo dei suoi nemici.
Piant due legnetti nel terreno e costru una rudimentale forca.
"Cosa stai facendo grande guerriero?Domand una voce.
Manawyddan alz lo sguardo e vide un anziano studioso che impugnava un lungo bastone.
"Buon giorno, replic il guerriero con un freddo sospiro. "Sei la prima persona, oltre ai miei compagni, che ho mai visto in sette anni nel Dyfed. Come sei giunto al Qorsedd Arbeth?".
"Stavo camminando lungo la strada per tornare al mio paese. Cosa stai facendo qui sulla collina?".
"Sto per impiccare un toporeplic Manawyddan.
"Non  un'azione degna di un nobile signoreprotest lo straniero.
"L'ho catturato e lo impiccher!".
"Quel topo per me non significa nullaribad lo studioso. "Per non voglio che tu commetta una simile crudelt. Pagher la sua libert con dell'argento".
Manawyddan scosse la testa. Prese da una tasca un pezzo di corda e inizi ad annodare il cappio. Lo studioso si allontan parlottando tra s.
Si era appena allontanato, quando giunse un sacerdote, che offr al guerriero un riscatto in denaro per la vita del topo, ma anch'egli ottenne un rifiuto.
Alla fine, un uomo giunse dall'oscurit che circondava l'apertura verso l'altro mondo: era un individuo alto e con nobile portamento, vestito con ricchi abiti. Quando anche la sua offerta venne rifiutata, esclam esasperato: "Cosa ti posso offrire perch tu liberi quel topo? Dimmi il tuo prezzo e io lo pagher!".
Manawyddan si alz e fiss il suo antagonista dritto negli occhi. "Voglio che Pryderi e Rhiannon siano liberati dal tuo incantesimo. Voglio che lo stesso accada anche a tutto il popolo del Dyfed".
L'altro esit per qualche istante, poi disse: "Cos sia. Ora dammi il topo".
"Voglio anche che liberi il bestiame, e che mi dica il tuo vero nome e chi sei".
"Il mio nome  Llwyd, figlio di Kil Coed, del popolo che diede i natali a Rhiannon. L'incantesimo che ha colpito questa terra  stato lanciato per vendicare il fatto che  stata portata via dal nostro popolo per vivere fra voi mortali, tradendo la sua fede e chi la amava. I ratti fanno parte del mio popolo. Il topo che tieni prigioniero  la mia amata moglie.  stata catturata perch appesantita dalla gravidanza. Liberala".
"Solo dopo che avrai giurato di non vendicarti nuovamente sul Dyfed e sui suoi abitanti. Infine, giura di non vendicarti su di me perch ti ho sconfitto".
"Sei un guerriero astuto. In effetti, il pensiero di vendicarmi albergava gi da tempo nella mia mente. Giuro. Libera il topo".
"Prima riporta da me Pryderi e Rhiannon".
"Eccoliconcluse il nobile straniero. Manawyddan vide i due che correvano sul tumulo. A questo punto, liber il topo dal guanto. La creaturina corse fra le mani di Llwyd e, non appena questi la tocc, svan per lasciare il posto a una bellissima donna, che sorrise a Manawyddan.
"Ora guarda il tuo mondo di mortali che torna alla vitagrid Llwyd. Cos avvenne. Nei campi comparvero greggi e armenti, mentre le oche venivano portate fuori dalla fortezza dai giovani guardiani e ovunque si vedevano accendersi i fuochi degli uomini, ora tornati in questa terra e decisi a rimanervi.
Termin cos la lunga e tragica inimicizia fra il popolo fatato e il Dyfed. Il merito fu di un uomo tranquillo, un anziano guerriero che seppe rinunciare alle armi e alla magia per sfruttare solamente l'intelligenza e la pazienza di cui ogni essere umano  dotato, e che spesso si rivelano ben pi forti di qualsiasi incantesimo.


La cerca di Bel Inconnu.

Questa  la storia di un uomo che, combattendo contro le forze della magia, riusc a trovare il posto che gli spettava nel mondo. Per provare il suo valore, si rec in lande sconosciute che tutti temevano e affront nemici ben pi potenti di un normale essere umano.
Era un giovane senza nome, che un giorno giunse a cavallo a Caerleon, la fortezza dove governava Art, il Grande Re della Britannia. Qui chiese di entrare a far parte dei cavalieri del re. Il giovane non poteva raccontare nulla del suo casato o delle sue origini poich, sino a quel momento, aveva vissuto come un recluso in una sperduta fortezza nelle montagne del lontano Nord. Sua madre, che governava senza marito, aveva scoperto che era molto versato nelle arti cortesi e in quelle della guerra. Non aveva mai voluto, o potuto, dirgli il suo vero nome, cos come non gli aveva mai rivelato quello di suo padre. Quando divenne adulto, lo invi nel mondo in cerca di fortuna.
Il re e la sua corte ascoltarono il racconto del nuovo arrivato, poi Art annui.
"Ti daremo un nome, sino a quando non riuscirai a scoprire il tuo. D'ora in poi ti chiameremo Bel Inconnu, o Bel Sconosciutoproclam il re. Poi si rivolse ai suoi cavalieri. "Chi, fra voi, garantir per lui?".
Gawain, ormai anziano ma ancora biondo e valoroso come in giovent, si fece avanti.
Lancillotto si un subito a lui, cos i due migliori cavalieri della Tavola Rotonda fecero da padrini a Bel Inconnu. Si misero davanti a lui durante il bagno purificatore cerimoniale e lo assistettero nella notte di preghiera che precedeva l'investitura. All'alba, Lancillotto gli don una meravigliosa spada, mentre da Gawain ricevette uno scudo bianco con un grifone scarlatto rampante.
Fu cos che lo straniero divenne il pi giovane cavaliere di re Art, e come i suoi compagni pi anziani ebbe l'incarico di difendere Il re e tutti i suoi sudditi.
In quei lontani tempi, molte persone giungevano ogni giorno a corte per porgere suppliche e richieste al sovrano. Art e i suoi cavalieri avevano portato la pace in quasi tutto il paese, ma esistevano ancora remoti territori dove le forze magiche agivano incontrastate. Alcuni erano luoghi di immane bellezza, altri invece, erano popolati da creature malvagie. Tutti, comunque, erano pericolosi, poich allontanavano uomini e donne dalla relativa sicurezza del loro mondo.
Il nuovo cavaliere non dovette attendere a lungo la sua prima avventura: pochi giorni dopo la sua nomina, giunse a corte una fanciulla per chiedere aiuto. Era stanca e provata dal lungo viaggio, ma il suo aspetto era nobile e orgoglioso, e la storia che narr commosse tutti coloro che la stavano ascoltando.
La fanciulla si chiamava Hlie ed era la dama di compagnia della regina del Galles, le cui terre si stendevano a nord di Caerleon, vicino alle scarpate di Snowdon. La regina era stata trasformata in una bestia, precisamente in un serpente, da due fratelli che praticavano la magia degli antichi. La sua prigione era l'echeggiante castello in cui una volta aveva dimorato, le sue guardie erano guerrieri morti e la sua terra era perseguitata dalla carestia. Hlie era stata inviata prima che la situazione precipitasse, e aveva cavalcato senza soste sino alla corte di Art, accompagnata solamente da un servitore nano. La fanciulla pregava il re perch inviasse un valoroso cavaliere a liberare la regina, sconfiggere i due fratelli e a ridare vita alla sua terra.
"Lascia che la mia spada sia messa al servizio di questa nobildonnagrid Bel Inconnu al re, non appena la storia fu narrata. La ragazza impallid e anche i pi anziani cavalieri inarcarono dubbiosi le sopracciglia: questa era un impresa per un cavaliere esperto e di provato valore. Gawain, invece, raggiunse il giovane e sorrise davanti a tanto coraggio. Art sollev la destra come assenso e la scelta fu ratificata.
Quando Bel Inconnu raggiunse Hlie il successivo mattino nella corte di Caerleon, vide che la fanciulla era chiaramente arrabbiata. Poteva comprendere il suo stato d'animo: come sperava che un cavaliere senza nome e senza esperienza potesse aiutare la sua regina? Aveva accettato la scelta suo malgrado, ma non era per nulla soddisfatta. Senza dire una parola, la donna spinse al passo il suo cavallo e apr la marcia, stando attenta a non rivolgere il minimo sguardo al giovane cavaliere. L'unico rumore che si udiva era quello degli zoccoli dei cavalli sul lastricato del castello.
Hlie divenne tuttavia pi cortese nei giorni successivi. Avevano abbandonato i campi e le fattorie di Caerleon e si erano diretti verso nord, seguendo stretti sentieri attraverso foreste mai esplorate in precedenza, popolate da voci senza corpo e da altre sconosciute creature: per questo motivo i saggi, nello stendere le carte geografiche, non avevano dato nome a questi luoghi, ma si erano limitati a scrivere solamente la parola "Pericolo". Bel Inconnu rimase vicino alla messaggera della regina del Galles e mantenne con lei una cortesia formale, mentre stava costantemente attento a difenderla, combattendo contro tutte le creature che cercavano di aggredirli lungo la loro strada. Affront numerosi cavalieri erranti, ridotti al rango di brutali briganti e, si narra, anche veri giganti.
Tuttavia, questi scontri nella foresta non erano altro che un semplice addestramento, se paragonati a ci che lo attendeva pi avanti. Quando i due giunsero presso Snowdon, il terreno si fece pi brullo e accidentato finch durante un freddo pomeriggio di novembre, la foresta scomparve. Si fermarono e fecero il punto della situazione: davanti a loro un fiume scorreva impetuoso sul fondo di un pericoloso crepaccio. Oltre il fiume era visibile un castello incantato con le torri nere. Uno stretto ponte di pietra superava il crepaccio e permetteva di entrare nella fortezza: sui bassi parapetti erano piantate innumerevoli lance insanguinate, ciascuna delle quali impalava la testa e il collo di uno dei cavalieri che avevano tentato senza successo di portare a termine l'eroica impresa. Al centro del ponte, stava la sentinella: era un individuo gigantesco, con una corazza di maglia di ferro, una grande spada e una sopravveste scarlatta.
"Fatti avanti e affrontami, giovane cavaliere, se sei un uomo!". Il grido di sfida echeggi nella fredda aria autunnale e fu ripetuto pi volte dalle pareti rocciose dell'angusta valle.
"Affrontalosussurr Hlie, allontanando il suo palafreno sino a raggiungere le propaggini del bosco, nessun cavaliere degno di tale nome poteva rifiutare una simile sfida: Bel Inconnu scese da cavallo e affid le redini alla fanciulla.
"Aspetta il mio ritorno, signorasi limit a dire. Sguain la spada, si avvi lungo il ponte e inizi la battaglia. Nella luce del tramonto, ogni tanto i due contendenti, si separavano, sollevavano le spade e tornavano ad affrontarsi. Alla fine, dopo un sommesso grido, uno dei due smise di respirare e si accasci a terra: era la sentinella, e Bel Inconnu si trov a sovrastare il cadavere del nemico, mentre alle sue spalle si aprivano le porte della fortezza, All'interno si poteva vedere un giardino, dove gli alberi fiorivano e gli uccelli cantavano, bench fosse ormai autunno inoltrato nella foresta che avevano appena percorso. Una donna stava nel giardino, alta, pallida e dal nobile portamento: i suoi lunghi capelli formavano un'aureola d'oro attorno alla testa. Fece un cenno al cavaliere, invitandolo ad avvicinarsi. Hile lo sorpass, portandogli il cavallo.
"Questo  un luogo fatatoesord. "Quella signora non  una donna mortale, e questo non  un posto per un cavaliere umano". Bel Inconnu prosegu ugualmente il suo cammino verso la pallida nobildonna e alla giovane non rimase altro da fare che seguirlo con i cavalli.
Trascorsero la notte nel dorato giardino della nobildonna, che guar le ferite di Bel Inconnu con un semplice tocco delle sue dita fatate, poi gli rivel che lui l'aveva liberata dalla sentinella che l'opprimeva e che ora doveva rimanere con lei per sempre.
"Non pu rimanere quila rimprover Hlie. "Ha giurato davanti al suo re di salvare la mia signora, la regina del Galles". Il suo sguardo era freddo, i suoi denti erano stretti in un'espressione di minaccia e nei suoi occhi si vedeva che era pronta a combattere per lui.
La ragazza diceva la verit. Il giovane cavaliere scosse il capo e si allontan dalla donna fatata, che sorrise ed esclam: "E sia! Sono sicura che, quando la sua impresa sar conclusa, torner da me. Il mio mondo offre solo cose belle e piacevoli".
L'alba trov il giovane cavaliere e la coraggiosa messaggera che percorrevano stretti sentieri fra le montagne. Trascorsero una notte nella fortezza del siniscalco della regina del Galles, che era stato incaricato di sorvegliare i confini del suo dominio. Era l'ultimo luogo in cui prosperava la vita: d'ora in poi avrebbero incontrato solamente desolazione. Qui Hlie si accomiat dal cavaliere, dopo avergli mostrato la direzione da seguire per raggiungere il castello della sua signora.
Il giovane cavaliere si allontan un freddo pomerggio, avventurandosi lungo uno stretto sentiero costeggiato di nodosi alberi morti, sino a giungere in un luogo dove un alto muro gli sbarrava la strada. Una nera porta si apr davanti ai suoi occhi, e il cavallo scart per lo spavento. A un comando, per, l'animale riprese il controllo e si avvi all'interno.
Bel Inconnu si trov in una strada lastricata nera come il carbone: da una parte c'erano numerose case in rovina, quasi a ridosso delle mura, con le porte e le finestre spalancate. Dall'altro lato della strada, invece, si trovava un enorme palazzo, che appariva triste e squallido alla tetra luce dell'incipiente sera.
Una voce lamentosa attrasse la sua attenzione, e il giovane guard in alto: ampie finestre si aprivano nel muro del palazzo sopra la sua testa. All'interno di ciascuna stava un portatore di torcia con una lunga candela bianca. Erano vestiti di nero e, alla luce delle candele, il loro volto era simile a un teschio, con occhi fiammeggianti e lo sguardo vuoto. Cantavano di morte e invitavano il giovane cavaliere a unirsi a loro. Bel Inconnu li maled e prosegu per la sua strada, sino a raggiungere una porta che lo condusse nel cortile del palazzo.
Qui lo attendeva un nemico. Di umano aveva solo l'aspetto, e una luce ultraterrena brillava nei suoi occhi. Il cavallo del giovane cavaliere scart, come se avesse percepito il pericolo, ma continu a camminare, mentre il suo padrone sfoderava la spada. Lo stregone, a questo punto, non poteva fare altro che combattere: un'ascia vol improvvisamente in direzione di Bel Inconnu, che si limit a deviarla alzando lo scudo. Una seconda scure segu la prima, poi una terza e una quarta, ma tutte mancarono il bersaglio e continuarono a girare attorno al cavaliere, sfiorandolo. Alle finestre, i portatori di candela si erano voltati e seguivano la scena con i denti che digrignavano per l'emozione e per l'odio.
Il cavallo emise un acuto nitrito, mentre il cavaliere lo lanciava alla carica contro lo stregone, ma la spada incontr solamente l'oscurit: il nemico sembrava scomparso nell'ombra. Prive del potere che le aveva messe in moto, le asce caddero a terra risuonando sul freddo pavimento.
Poi le ombre si modellarono sino ad assumere le sembianze di un individuo in una cupa armatura, a cavallo di un infernale cavallo nero che sputava fiamme, che sovrastava Bel Inconnu. Questi colp con furia cieca e la sua spada anneg in una massa morbida e informe. Un fetore ammorbante si sparse attraverso l'aria, mentre il cavaliere nero urlava, poi in un istante precipit a terra morto, dissolvendosi in breve tempo sino a divenire una pozzanghera di materiale putrescente. Il cavallo segu la sorte del padrone e, quando ebbe emesso l'ultimo respiro di fiamma, i porta candele cessarono di esistere.
Tremando per la fatica, Bel Inconnu attese nel buio il prossimo attacco, ma non accadde nulla. Molte minuscole luci apparvero nelle tenebre, divenendo via via pi forti mentre si avvicinavano: erano generate dagli splendenti occhi di un gigantesco serpente che, avvicinandosi, si alz dal pavimento e avvolse il giovane nelle sue spire.
I suoi occhi di diamante fissarono il cavaliere, e la lingua biforcuta scatt dolcemente sino a toccargli le labbra, mentre una voce risuonava nella testa del giovane.
"Tu sei Gingalin, figlio di Gawain. Sei stato nascosto e il tuo nome non  stato rivelato ad alcuno sino a quando non hai provato di meritartelo con il tuo valore".
L'oscurit avvolse il giovane, che cadde al suolo privo di sensi. Si svegli alla luce del sole, stanco, dolorante ma vivo. Giaceva in una sala di marmo, le cui ampie finestre lasciavano passare una raggiante luce. Davanti a lui stava una donna bellissima che gli rivolse le seguenti parole.
"Sono la regina del Galles. I malvagi Mabon ed Evrain mi hanno trasformato in un gigantesco serpente per potermi usurpare il regno. Il tuo coraggio mi ha liberato. Come ricompensa, diverrai il re del Galles".
Gingalin non profer parola: si alz, usc dal palazzo e si avventur per strada, dove lo attendeva il suo cavallo. Sapeva di essere vittima a sua volta di un incantesimo. Non provava desiderio per la regina che aveva salvato, ma per la donna fatata che lo attendeva nel dorato giardino della fortezza circondata dalle nere torri.
Corse dalla fata, come lei aveva predetto, e si dimentic della regina del Galles, poich viveva in un mondo di sogno.
La donna fatata lo costrinse per un giorno a tornare nel nostro mondo. I menestrelli narrano che una notte d'estate, mentre camminavano sotto le stelle, gli disse che un potere generato dagli uomini, in quel momento, era pi forte del suo. Art lo stava chiamando. Doveva recarsi a Caerleon per unirsi ai suoi sudditi e alla sposa mortale che gli avrebbe dato dei figli. Non poteva pi rimanere con la donna fatata, poich la sua natura umana non lo consentiva.
La fata non disse pi nulla, quella notte, e al mattino Gingalin si risvegli non pi nel suo letto, ma presso una radura nella foresta. La sua armatura si trovava sull'erba accanto a lui, mentre il cavallo brucava l'erba l vicino. Non c'era traccia delle nere torri o del giardino dorato.
Cos Gingalin torn alla sua vera vita. Raggiunse Caerleon e spos la regina del Galles, che lo aveva atteso fiduciosa. Cavalc in trionfo fino alle sue nuove terre, che trov popolate di gente e piene di vita. Il suo valore aveva permesso che la vita tornasse in quella landa desolata.
Visse a fianco della moglie mortale e, se qualche notte sogn di un giardino fatato e di una dama bionda, non ci  dato di sapere.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Si ringraziano le persone e istituzioni di seguito elencate per il prezioso aiuto: Ancilla Antonini, Scala, Firenze; Francois Avril, Curator, Departement des Manuscrits, Bibliotheque natio-naie, Parigi; Otto Buhbe, Till Eulenspiegel Museum, Schppenstedt; Giancarlo Costa, Milano; Danmarks Pedagogiske Bibliotek, Copenhagen; Clark Evans, Rare Book and Special Collections Division, Library of Congress, Washington, USA; M. Qpel, Archiv fr Kunst und Geschichte, Berlino; Dieter Hennig, Brder - Grimm - Museum, Kassel; C. Hofmann, Bayerische Staatsgemlde-sammlun-gen, Monaco di Baviera; Heidi Klein, Bildarchiv Preussischer Kultirbe-sitz, Berlino; Kunsthistorisches Institut der Universitt, Bonn; Cecilia stlund, Assistant Librarian, Svenska Barnbok-institutet, Stoccolma; C.Poulson, Londra; Luisa Ricciarini, Milano; Dieter Scheller, Till Eulenspiegel Museum, Schppenstedt, Germania; Justin Schiller, new York; Robert Shields, Rare Book and Special Collections Division, Library of Congress, Washington, Siegfried Sichetrmann, Kiel; M. Tiblinn, Scandinavian Bibliographer, University Of Minnesota Libraries, Minneapolis; Lena Trnqvist, Librarian, Svenska Barnbokinstitutet, Stoccolma.
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FINE.